Bersani, Berlusconi, Montezemolo: il nuovo che avanza?

Bersani PierluigiCome da copione, sarà Pierluigi Bersani (nella foto) il candidato premier del centro sinistra alle prossime elezioni di primavera. E al suo posto dormiremmo davvero un sonno poco tranquillo, come sempre quando si parte con i grandi favori del pronostico.

Le primarie del centro sinistra (supportate da un’enfasi mediatica non trascurabile) hanno dimostrato quel che già si sapeva: ossia che il Pd è l’unico partito organizzato sopravvissuto alla disgregazione della politica sul territorio, anche grazie alla “cinghia di trasmissione” delle organizzazioni sindacali. Ma, attenzione, i toni e le modalità della competizione hanno anche evidenziato che Bersani e Renzi sono portatori di approcci e visioni molto diversi, più da partiti contrapposti che da compagni di strada in disaccordo su virgole e punti e virgola.

Occhi puntati dunque, nelle prossime settimane, sulle mosse del sindaco di Firenze, i cui toni di queste ore peraltro sono assolutamente concilianti, da onore delle armi.

Del resto, se le primarie del centro sinistra non sono state un noioso rito burocratico, ma una kermesse in grado di catalizzare l’attenzione di una platea assai più vasta dei partecipanti al voto, il merito è in gran parte di Renzi. Oltre che dei tanti media “amici” sopra citati. Quindi è lecito prevedere che ora si passi alla fase della contrattazione, più o meno diretta. Che significa (fuori dai denti, e con questo o un altro simile sistema elettorale, che lasciasse alle stanze del potere romano la designazione dei parlamentari): caro Bersani, quanti “renziani” sei disposto a far entrare in Parlamento? Badate bene, da oggi tutti diranno che non è questo il punto, proprio perché invece lo è.

Renzi troverà un accordo soddisfacente, che gli consenta di “pesare” in maniera significativa, oppure prenderà in considerazione anche la possibilità di abbandonare il Pd prima delle elezioni, e di creare un suo partito?

Più probabile la prima soluzione, decisamente: ma in un clima di “pace armata” che rischia di prolungare fino alle urne il clima da “guerra intestina” che ci siamo sorbiti in queste settimane, soprattutto sui social network.

Ma al di fuori dell’orto del Pd, e dei suoi alleati più o meno allineati (Sel, Socialisti, Moderati, se abbiamo ben compreso Comunisti Italiani ma non Rifondazione) che succede?

Il caos del Pdl ormai rasenta le comiche, e basta ascoltare le battute della gente comune sul “povero” Alfano per rendersene conto: fare il segretario di un partito che non c’è più, e in cui comunque le decisioni le prende un signore anziano e un po’ ondivago, non è davvero un bel mestiere. “Una promessa di Alfano è come un assegno a vuoto”, ho letto ieri su facebook. Sintesi crudele, ma molto efficace.

Gli addetti ai lavori sono pronti a garantire che, alla fine, ci troveremo un cartello di centro destra molto ampio, ma appunto coalizzato: La Destra, Lega Nord, Forza Silvio o come si chiamerà, Pdl con o senza primarie. E, a quel punto, un nuovo/vecchio centro a guida Montezemolo/Casini che potrebbe decidere all’ultimo con chi fare “comunella”, tra destra e sinistra, sperando di essere l’ago della bilancia.

Come sempre, l’oste sono però gli elettori, che da qui a marzo (o febbraio? Non si capisce) avranno tanti di quei grattacapi reali e concreti da affrontare, che potrebbero in massa essere tentati non tanto di astenersi (non ci credo), ma di mettere in mano a Grillo e al Movimento 5 Stelle una potente “ramazza”, perché faccia piazza pulita di cotanti “innovatori”.

Avremo modo di riparlarne.

Grillini alessandrini, come la pensate?

Grillo CasaleggioA Roma li stanno studiando come marziani. I loro leader carismatici, Grillo e Casaleggio, sono ormai una costante quotidiana sui teleschermi, sul web, nei discorsi per strada, e tutti si interrogano su cosa faranno i 5 Stelle. Retoricamente, è chiaro, perché cosa volete mai che possa fare un Movimento che contesta in maniera integrale il sistema dei partiti tradizionali? Allearsi con gli stessi, e far loro da stampella di sopravvivenza? Eddai…

Ma ad Alessandria, dove le recenti elezioni li hanno incoronati primo partito del territorio? Intanto, un dato certo è che in città i 5 Stelle non fanno solo rumore sul web, ma si riuniscono fisicamente, eccome. Qualche sera fa, ad un incontro pubblico al Cristo, erano almeno un centinaio, per discutere di questioni amministrative locali, e scusate se è poco. C’eravamo, e ci è parso di capire che siano un Movimento fondato su un volontariato di base che non si vedeva più da anni, forse da decenni. Ragazzi, signori di mezza età, e anche qualche “penna bianca”, o calva. Ma per fare cosa? Studiare la “macchina” di Palazzo Rosso e delle partecipate, essenzialmente. Nella convinzione che, tra pochi mesi, forse un anno, potrebbero essere chiamati al governo della città disastrata, e che dovranno farsi trovare pronti.

Succederà davvero? Dopo quelli di Parma, toccherà ai grillini di Alessandria (e magari di diversi altri capoluoghi di provincia) assumersi la responsabilità amministrativa del territorio? E potrebbero essere tentati, con il prossimo annunciato “azzeramento” dell’attuale giunta Rossa, di andare “in soccorso” della maggioranza di centro sinistra? Difficile direi, più o meno per la stessa logica “nazionale”.

Ma, soprattutto: cosa ne pensano i consiglieri comunali a 5 Stelle, e i militanti, del progetto di complessiva riorganizzazione (non indolore) della “macchina” comunale e delle partecipate? Insomma, i grillini di casa nostra sono in maggioranza pro Rossa, o filo sindacati? E quanto pesa, tra le loro fila, la voce dei lavoratori autonomi o comunque del settore privato, rispetto al mondo del parastato, che continua dalle nostre parti ad avere la centralità assoluta della scena, forse anche perché più facile da rappresentare, e raccontare? Grillini alessandrini, diteci come la pensate….

E. G.

Arrampicarsi per uscire dal burrone: ma Rita non è la Thatcher

ArrampicataNon un rimpasto, ma un vero “azzeramento” della giunta, e ripartenza sulla base di una decina di punti qualificanti, e con un team che garantisca una coesione assoluta.

A chi di voi ha letto con attenzione l’intervista con Rita Rossa che abbiamo pubblicato ieri, certamente non sarà sfuggito il “nodo” politico della chiacchierata. Il sindaco non intende indugiare ulteriormente, e non vuole farsi “impegolare” in trattative infinite con i sindacati, e con la componente di sinistra più classica della sua coalizione.

I nodi sono arrivati al pettine, e Rita Rossa intende scioglierli tutti, a costo di qualche lacrimuccia dolorosa. I sindacati vogliono il muro contro muro? E così sia, finché non capiranno che il mondo è davvero cambiato, e che ad una situazione di eccezionale gravità come quella alessandrina (sia pur calata in un contesto altrettanto drammatico come quello nazionale) non si può rispondere con il gioco delle parti, la trattativa vecchio stile, lo sciopero minacciato per ottenere “sconti” e riaprire la trattativa, o magari farla deragliare su un binario morto.

Intanto, però, dai sindacati è arrivata la risposta prevista: il 22 marzo si va verso uno sciopero di tutte le partecipate e il prossimo 11 aprile è in previsione una manifestazione a Roma.
Sempre che, nel frattempo, si riesca a capire nella capitale che aria tira, e se c’è ancora qualcuno in grado di prendere delle decisioni.

Ma rimaniamo sul livello locale, che è quel che maggiormente ci preme e coinvolge tutti quanti.

Non si tratta più, a questo punto, di capire se l’assessore Barberis resterà o meno in giunta, o se la vicesindaco Trisoglio (bocciata alle primarie del centro sinistra, e poi “fulminata” sulla via di Monti) continuerà a fare politica. Il sindaco intende tirare una riga su tutta la giunta, e ripartire da zero. Non è chiaro (lo scopriremo) se farà a meno davvero di tutti gli assessori che l’hanno sin qui affiancata, o se alcune figure (Ferralasco? Ivaldi?) allineate al
progetto di riorganizzazione potranno essere recuperate nel Rossa 2. Di certo siamo al dunque, ad uno spartiacque da cui non si tornerà indietro.

Sindacati e lavoratori sono sul piede di guerra, per nulla rassegnati adThatcher accettare una svolta dai tratti troppo “liberisti”. Eppure Rita Rossa non è la Thatcher, ne aspira ad esserlo. Nel suo percorso politico, e nel suo “album di famiglia”, la sinistra sindacale ha un ruolo di primo piano, che il sindaco non intende certo rinnegare, a quanto dichiara.

A me il suo travaglio personale è parso sincero, e psicologicamente pesante da sopportare. Onestamente, non vorrei essere al suo posto, anche se già immagino le obiezioni: “mica l’hanno obbligata, e se è lì è anche perché ha avuto il sostegno di coloro che oggi vuole licenziare”. Le cose, naturalmente, non sono così tagliate con l’accetta, ma questo è il clima in città.  Ci attendono settimane, mesi e forse anni difficili: in cui bisognerà riuscire a restituire ad Alessandria efficienza, e un percorso di sostenibilità economica e di sviluppo, senza al contempo lasciare indietro nessuno, e men che meno i più deboli. E’ una via strettissima, che andava imboccata già diversi anni. Ma fin qui siamo arrivati, e da questo burrone in qualche modo dobbiamo cercare di uscire.

L’elezione del Presidente, e poi di nuovo al voto?

Napolitano Giorgio 1Qui finisce che ci commissariano di nuovo, vedrete. Non più con Monti (che si è “scottato” alle urne), ma con qualche altra figura di “alto profilo istituzionale”, capace di mettere tutti d’accordo, tranne Grillo. Perché francamente, a questo strano asse tra Bersani e i 5 Stelle, io più ci penso e meno ci credo.
Ma chi potrebbe essere il personaggio da estrarre dal cilindro, e a cui affidare un breve esecutivo di transizione?
Un tempo queste erano missioni per Giuliano Amato, di cui non conosco le attuali condizioni di salute. Anche i boiardi di Stato invecchiano, sia pur più lentamente. Ma se non sarà lui, sarà un altro.

Il rischio ingovernabilità, del resto, non è che sia un puro pretesto, di questi tempi e con questi scenari. Se il Presidente della Repubblica è costretto a dichiarare ufficialmente a interlocutori esteri: “L’Italia non è allo sbando”, ditemi voi cosa si può pensare.

Ma è evidente che un “governissimo”, anzi un “governicchio”. non potrà che tentare di eleggere il successore di Napolitano (che sarà….Napolitano: si accettano scommesse), e approvare una legge elettorale dignitosa, per poi rimandarci a votare. C’è chi sogna anche altre riforme, magari in un’ottica di “disinnesco” dei 5 Stelle (quindi diminuzione del numero di parlamentari, e del loro costo, conflitto di interessi ecc…), ma la vedo dura.

Sul presidente della Repubblica neppure mi esercito: non è questione di qualità della persona, ma di sua affidabilità presso certi circoli. Temo non solo nazionali. Si vedano le ingerenze tedesche, ormai tali da far reagire anche Napolitano. Punto.

La legge elettorale, invece, è argomento sfizioso. Martedì gli addetti ai lavori, dopo l’esito del voto, ridevano tutti: e quelli più divertiti erano gli sconfitti, vista la patata bollente in mano a Bersani. Un altro che probabilmente è arrivato al capolinea, soprattutto dentro al suo partito.

In ogni caso: portare a casa il 55% dei deputati con il 29,5% dei voti non è più democrazia, siamo seri. Va bene la governabilità, ma quella un tempo la garantivano anche i militari, a modo loro. E oggi i banchieri. Se però questo Parlamento (che sarà speedy, vedrete) volesse lasciare un suo segno tangibile di utilità, ha un’unica carta: modificare la legge elettorale, a maggioranza ampia e senza troppe manfrine.
Ma ce la possiamo fare, con questi presupposti?
E non è che l’unica via d’uscita di fronte ad un Paese diviso, astioso, a tratti disperato si chiama proporzionale?

Si torna alle urne, una testa un voto, e poi si fa una bella, incontestabile maggioranza numerica. Una follia? Una retromarcia della Storia? Beh, ma guardate ora come siamo messi, e cosa rischiamo. A me pare che questo Parlamento spazi di durata (non mera e litigiosa sopravvivenza) per progettare il futuro davvero non ne abbia, comunque lo si giri. E naturalmente una legge “con bonus” maggioritario di qualsiasi tipo sarebbe oggetto di mille pesi, contrappesi, e veti incrociati.

Alla fine, il buon vecchio proporzionale, con tanto di preferenze per tornare a scegliere i propri rappresentanti guardandoli in faccia, e nel curriculum, potrebbe essere la via d’uscita per partorire un esecutivo incontestabile (proprio perché frutto di addizione numerica), chiamato a governare seriamente e responsabilmente per cinque anni, senza alchimie e con alleanze alla luce del sole.

Ma se a questo punto il Pd puntasse su Renzi, finalmente non solo Berlusconi, ma tutto un intero ceto politico usurato capirebbe che è giunto il momento della pensione, o si ripresenterebbero tutti quanti con inesauribile faccia tosta?

E I 5 Stelle continuerebbero a crescere, anche a fronte di partiti che rinnovassero davvero, e totalmente, i loro quadri, o in quel caso comincerebbe il loro ridimensionamento?

Se Roma piange, figuriamoci Alessandria!

Comune di AlessandriaChe sbornia, vero? Non so se queste elezioni siano state epocali, o invece solo un altro tassello distruttivo rispetto al vecchio sistema, e null’altro. Sta di fatto che continuo ad avvertire una tensione, e dei rancori, che non mi piacciono per niente. Spero che sia soltanto colpa dell’osservatorio a volte un po’ obliquo del web, e degli addetti ai lavori. E insomma mi auguro che l’Italia reale sia davvero “avanti”, già di nuovo alle prese con i problemi (ma anche i piaceri) della vita reale, e che dalla politica arrivino segnali di dialogo e di distensione. Che naturalmente non significa per forza inciucio, ma neppure scontri all’arma bianca.

Sul nostro territorio, fra i pochi a non avere tempo per distrarsi sono certamente gli amministratori locali. A cominciare dal sindaco di Alessandria e dalla sua giunta, alle prese oggi con un’altra giornata delicatissima, in particolare sul fronte Aspal, partecipata la cui sorte sembra davvero appesa a un filo. Ma è tutto il sistema delle aziende comunali a “boccheggiare” sotto i riflettori, in attesa di interventi di razionalizzazione più volte annunciati nei mesi scorsi, e ora resi a quanto pare ancora più ineludibili dalle nuove osservazioni ministeriali divulgate l’altro giorno.

Di fronte ad esse, il sindaco Rita Rossa non poteva essere più esplicita: “Sono disposta a mettere in dubbio la mia ricandidatura, ma voglio riconsegnare alla città un Comune con i conti in ordine”.

Indietro, insomma, non si torna: a costo di un rimpasto di giunta anche sostanzioso, e di non pochi attacchi che arriveranno soprattutto dal “fronte interno”. Mentre le opposizioni di centro destra e del Movimento 5 Stelle, al momento, non appaiono particolarmente incisive, probabilmente rendendosi conto che i margini di manovra sono davvero esigui.

La riorganizzazione delle partecipate è partita dai cda: dopo quello del Cissaca, ieri è stata la volta dell’Atm, con un presidente a sorpresa: non Gian Piero Borsi (come in tanti sembravano dare per scontato: e sarebbe stato un “cavallo di ritorno”) ma Gian Franco Cermelli, consigliere provinciale dei Moderati.

A cui spetterà il compito di provare a “rimettere in moto” un’azienda che quest’anno compie quarant’anni, e li dimostra tutti.

Si rimane in attesa del nuovo presidente di Amag (diamo per scontato che sarà l’assessore Bianchi? Così pare, sempre che anche su quel fronte non spunti la sorpresa dell’ultima ora), e di capire quale sarà il futuro di Amiu.

Ma anche di sapere se il taglio di quasi quattro milioni di euro (da 26 milioni nel 2013 a 22 milioni nel 2014) per le spese del personale di Palazzo Rosso significherà riduzione generalizzata di orari e stipendi (“lavorare meno, lavorare tutti”), o tagli selettivi in determinati comparti. Nel frattempo, a quanto pare, si metterà mano in maniera drastica agli stipendi dei dirigenti.

E i sindacati? La luna di miele col sindaco è davvero finita, e arriveremo allo scontro duro, o al di là dell’inevitabile gioco delle parti si sta già ragionando su tutte le forme possibili di ammortizzatori sociali, e magari su forme incentivate di reinserimento professionale?

Di certo c’è una cosa: le note del Ministero, ma soprattutto l’andamento delle elezioni e la precarietà assoluta della vittoria di Bersani, credo abbiano definitivamente sgombrato il campo: a Roma sono alle prese con tante di quelle “grane” di ogni tipo che illudersi di poter ricevere un qualche trattamento privilegiato o ad hoc (che poi è un modo diverso per dire la stessa cosa) è ormai impossibile. Alessandria deve fare da sola, e il mestiere di primo cittadino di Palazzo Rosso, oggi, è fra i meno invidiabili in assoluto. L’amministrazione comunale si dia una mossa,  dicono due autorevoli osservatori di centro sinistra come Alfio Brina e Delmo Maestri. E’ il momento di spingere sull’acceleratore dunque? E succederà? Lo scopriremo presto.

Bersani apre a Grillo: “‘O famo strano?”

'O famo strano!Sarà pure un discorso furbo, da politico di vecchia scuola, ma Bersani (con il supporto di Vendola) mi pare abbia giocato, dopo un silenzio prolungato, una carta spiazzante: meglio con Grillo che con Berlusconi“, mentre non si capisce quale potrà essere il rapporto con il malconcio drappello di Monti.

Ammettendo “Non abbiamo vinto anche se siamo i primi” Bersani guadagna un milione di punti agli occhi degli italiani stanchi della partitocrazia, diciamocelo. L’alternativa era ammettere la sconfitta, e dimettersi, aprendo la strada a Renzi, ma anche ad una nuova fase di instabilità.

E anche se rimane un esponente di rilievo di quella partitocrazia contestata da chi ha votato Grillo (e anche da chi è stato a casa), il segretario del Pd mostra di aver capito che il centro sinistra deve uscire dal recinto, se vuole fermare l’emorragia di consenso reale, al di là delle alchimie del porcellum. Ma è una strada percorribile, e a quali costi?

Il punto sarà prima di tutto capire come reagisce il Movimento 5 Stelle, e quali margini ci sono per un governo “strano”, in qualche modo sperimentale. E, naturalmente, cosa quel governo si propone di fare, concretamente. Senza l’ossessione della Germania (se aspiriamo a tornare ad essere un Paese sovrano), ma anche senza voli pindarici come l’uscita dall’euro, che temo significherebbe harakiri garantito.

Al di là insomma della boutade di Grillo su Dario Fo presidente della Repubblica (se non sono ottuagenari non li votiamo insomma: meno male che il premio Nobel ha ancora la lucidità necessaria per dire “no grazie”), è chiaro che siamo ad uno snodo.

Se Bersani “aprisse” a Berlusconi, dovrebbe mettere in conto il “curiale” Gianni Letta al posto di Napolitano, ma anche ragionare su non meglio precisati inciuci di altro tipo. E, soprattutto, il rischio, che evidentemente il centro sinistra percepisce chiaro, sarebbe dare al Paese reale l’ennesimo segnale del vecchio che avanza, della partitocrazia che si rinchiude nel Palazzo, per una strenua resistenza.
Per cui quella frase di Grillo, “arrendetevi e uscite con le mani alzate: ve lo chiede il popolo italiano” rischierebbe, tra pochi mesi, di essere ancora più profetica, e veritiera.

Mettiamola così: se Grillo ci casca, quella di Bersani è una mossa da scacco matto. E non lo dico sottintendendo che I 5 Stelle debbano per forza rifiutare: anche se tocca a loro a questo punto la scelta più delicata. Accettare “l’abbraccio mortale” del centro sinistra, ma ponendo condizioni precise e concrete, o scegliere la strada delle barricate e dell’opposizione dura e pura, rilanciando la patata bollente tra le mani del Pd? A quel punto, Bersani sarebbe costretto obtorto collo (ma la realpolitik è questo e altro) a riaprire il dialogo col Pdl, e a confrontarsi con scenari già noti, e già dimostratisi consunti.

Eh sì: Bersani (e Vendola) hanno fatto proprio una mossa spiazzante, che personalmente non mi sarei aspettato. E voi? e ora, cosa succederà? Sono solo schermaglie post elettorali, oppure….

E. G.

Ps: al prossimo giro, promesso, torniamo ad occuparci anche delle mille grane di Alessandria, promesso. Per oggi concediamoci ancora un piccolo “svago” nazionale….ah: naturalmente l’immagine geniale è di Molotov: ma che ve lo dico a fare? Ormai lo sapete!

Gli italiani “smacchiano” Bersani. E ora il caos?

Giaguaro 1Che botta, ragazzi! Gli smacchiatori del giaguaro fanno più o meno la fine della gioiosa macchina da guerra di Occhetto, anno di grazia 1994. E, considerato che le loro facce sono poi sostanzialmente sempre quelle, c’è da chiedersi se non fosse possibile intuirlo in anticipo. Nei giorni scorsi ho incontrato diverse persone, che non si conoscono tra loro e in contesti diversi, che mi hanno detto: “Avrei votato Renzi, ma col cavolo che voterò Bersani“. Ed è successo, paro paro. La chiave di lettura di queste elezioni è tutta qui: il centro sinistra si è suicidato. Per difendere vecchi interessi corporativi e di bottega, ha rinunciato a rinnovarsi, e a rinnovare il Paese. Resuscitando Berlusconi, simpatica maschera di cera. “Contaballe” professionista, che ci restituirà l’Imu attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Ossia con i nostri risparmi: per dire il personaggio.

Non mi si dica però adesso che è stata decisiva la lettera di Silvio alle famiglie italiane: quelle sono frescacce, lo sappiamo tutti. Gli elettori hanno votato centro destra come un tempo votavano Dc: turandosi il naso, pensando che  l’alternativa fosse peggio, e comunque non li rappresentasse.

Ma il dato più rilevante è il ciclone 5 Stelle, straordinario: l’unica, autentica forza politica davvero popolare che oggi c’è in Italia. Nel senso di movimento che non ha dalla sua “cinghie di trasmissione” di carattere professionale, corporativo, sindacale, mediatico o quant’altro.

Anche qui: evidentemente non li conosco tutti io gli elettori 5 Stelle, e sono milioni gli italiani, del tutto estranei alla politica, che si sono “sfregati” le mani sorridenti, in attesa dell’atto liberatorio delle urne.

SorpassoE Monti? Il suo è un flop ampiamente annunciato, nonostante un imponente spiegamento di sostegni da parte del mondo mediatico e industriale. E’ la dimostrazione che i leader non si inventano, e che il vecchio detto milanese “ofele’ fa el to mesté” (“pasticcere fa il tuo mestiere”) ha sempre un suo fondamento. E il mestiere di Monti non è, palesemente, la politica.

Un altro che tornerà a fare il suo mestiere è il giudice Ingroia: persona corretta e perbene, che si è ritrovato a capo di un caravanserraglio onestamente indigesto. Un autobus che si illudeva di riportare a Roma una compagnia di giro un po’ datata, e soprattutto davvero troppo disomogenea (“siamo alleati certamente fino al 25 febbraio”, mi disse qualcuno settimane fa). La corriera si è fermata in aperta campagna, senza raggiungere la meta. Da lì, ognuno ripartirà a piedi e in ordine sparso, vedremo verso dove. Ma, prima o poi, si dovrà pure parlare di tutti questi giudici che entrano in politica: legittimo, sia chiaro, in base alla normativa corrente. Ma forse occorrebbe appunto rivederla, che dite?

Giannino invece si è fatto fuori da solo, poveretto: ma qualche direzione di medio livello nel mondo dei media, sull’onda dell’esposizione mediatica, verrà fuori anche per lui, tempo al tempo.

E i dati di casa nostra? Il perfetto equilibrio in provincia tra Pd, Pdl e 5 Stelle è uno “spaccato” significativo della situazione di tutto il Paese.

E adesso? Adesso, signori, sarà il caos: se non è ingovernabilità “alla greca”, poco ci manca.
Calato il sipario sul teatrino elettorale, la strada per l’Italia, e soprattutto per le fasce più deboli della popolazione, è tutta in salita. E’ troppo sperare che si abbandoni la logica della guerra (o dell’alleanza) per “bande”, e si cominci a guardare davvero agli interessi collettivi? Ed è possibile che ci riesca questa classe dirigente? O, più probabilmente, si tornerà a votare tra qualche mese, e il Movimento 5 Stelle continuerà a crescere, seppellendo una partitocrazia assolutamente incapace di rigenerarsi?

E. G.

Ps: un enorme grazie, come sempre, alla genialità del compagno Molotov, autore delle due immagini.

Aspettando il responso delle urne

Elezioni politicheForza, ancora qualche ora e poi noi, malati di politica, potremo scatenarci in analisi, interpretazioni, “io l’avevo detto”, e chi più ne sa più ne dica.

Solo, consiglierei alle 15 qualche ora di riflessione supplementare, per evitare di sparare sentenze che martedì mattina potrebbe già risultare già vecchie, o clamorosamente errate. Naturalmente poi sarò tra i primi a non rispettare questa regola di prudenza, per la famosa questione del calzolaio che va con le scarpe rotte.

Che a fermare gli italiani possa essere il maltempo (che peraltro non è così generalizzato: roba del nord, guardate la cartina d’Italia sui siti meteo) io però non ci credo per niente: chi non andrà a votare, molto anziani a parte, sarà perché ritiene di non farlo per altre, rispettabilissime, ragioni.

Noi che, invece, alle urne ci siamo andati o ci stiamo andando, è perché comunque alla partecipazione ancora ci crediamo, e perché ogni volta (quindi pure ora) abbiamo l’impressione che il momento sia topico, il Paese in bilico, un impegno diretto quanto mai necessario. Poi, in genere, ci accorgiamo dopo pochi giorni che tutto è cambiato perché tutto potesse rimanere uguale. Sarà così anche stavolta?

E. G.