Mala tempora currunt?

Un amico mi dice: “guarda, prepariamoci a mesi bui, di repressione del dissenso, anche sul nostro territorio. Le condizioni ci sono tutte”.

Spero naturalmente che sia un punto di vista eccessivamente pessimista, però è uno che di solito ci azzecca, quindi occhio. La pentola sociale è in ebollizione, che sarebbero cominciate le gambizzazioni era da prevedere, e non sarei così sicuro che non possa scoppiare anche qualche bombetta di mano ignota, come nella miglior tradizione del nostro bel Paese.

Le affermazioni (alessandrine, tra l’altro) del ministro dell’Interno Cancellieri l’altro giorno hanno lasciato il segno, tanto che sul fronte No Tav mettono giustamente le mani avanti, per tracciare il solco tra il dissenso determinato e pacifico, e l’uso della violenza.

Qualcun altro mi fa notare che, con il pieno appoggio in sostanza di tutti coloro che siedono in Parlamento, qualche giorno fa Giovanni De Gennaro (nella foto), vera star, diciamo così, del G8 di Genova nel 2001, è stato promosso da mister Monti sottosegretario di Stato con delega ai Servizi, se ho capito bene.  E se ho capito ancora meglio, signori miei, questo è un altro segnale da non trascurare.

Di teorie sulla dissoluzione degli Stati nazionali, e sulle oligarchie bancarie e finanziarie internazionali al potere, è pieno il web. Dell’Italia Paese senza più classe dirigente, e in svendita ai grandi capitali internazionali anche. In questo contesto, Tav e Terzo Valico avrebbero un ruolo ben preciso. E quella dei vari comitati di cittadini e delle comunità locali sarebbe, in effetti, una battaglia di assoluta retroguardia. Già persa insomma.

Non so perché, ma sono convinto da tempo che i film di Romero sugli zombie rimangono la più lucida lettura socio politica di questi anni. Attenzione però, perché gli zombie (alias le moltitudini di oppressi esclusi dal banchetto del potere) alla fine le buscano sempre, è vero, ma non si arrendono mai. Il cinema, che metafora straordinaria…

Mesi contati per le province…o per il governo?

Il destino delle province, dunque, sembra segnato. Ieri il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, di passaggio ad Alessandria, non ha lasciato spazio a molti spiragli: le province sono destinate a ad un drastico ridimensionamento, e a quanto pare ad essere trasformate in enti di secondo grado, con organi politici non eletti direttamente dai cittadini, ma nominati dai comuni principali del territorio. Ossia un consiglio provinciale di pochi membri, a titolo gratuito e senza più giunta e presidente. Ma da quando? Non si sa. Alessandria e Asti torneranno ad essere una sola provincia? Forse. E i dipendenti, dirigenti in testa? Bah…..

Posso dire che ne sappiamo tanto come prima?
E magari aggiungere che, secondo me (e anche secondo osservatori assai più autorevoli ed informati del sottoscritto) il governo Monti andrà a casa molto, ma molto prima degli assessori provinciali? E si torna a parlare insistentemente di election day piemontese: elezioni politiche più elezioni regionali. Del resto, se non si passasse da una campagna elettorale all’altra di che parleremmo noi “ciula” che ancora ci appassioniamo di politica?

Palazzo Rosso, l’ultima maratona

A Palazzo Rosso l’ultimo incredibile quinquennio amministrativo sembra proprio non volersi concludere. Quando venerdì scorso, nel primo pomeriggio, mi è arrivata la notizia del parere “non positivo” del collegio dei revisori dei conti sul biancio consuntivo 2011, ma soprattutto del consiglio comunale convocato per venerdì 18 maggio, a poche ore dal ballottaggio, mi sono chiesto (e ho chiesto in giro): perché farlo?

Era obbligatorio radunare ancora una volta il vecchio consiglio comunale? Non si tratta, in prossimità delle urne, di una “mazzata” definitiva per le residue ambizioni di rimonta del sindaco uscente, Piercarlo Fabbio? In diversi mi hanno parlato di “atto dovuto” richiesto dal Prefetto, per cui il vicepresidente del consiglio comunale (Mazzoni, essendo il presidente Cuttica di Revigliasco in ferie) ha dovuto procedere d’ufficio.

Probabilmente la verità sta in quanto pubblicato da La Stampa di sabato: “Il termine del 30 marzo è già stato superato, ma la Prefettura attende: se non succede niente dovrà inviare un commissario «ad acta» per approvare il bilancio consuntivo. Ma non potrà fare nulla per la delibera sui debiti fuori bilancio e, sottolineano i revisori, se il consiglio, quindi l’ente Comune, non li riconosce con un voto dovranno essere gli amministratori, funzionari o dipendenti che «hanno consentito la fornitura in violazione alle norme» a pagare i fornitori”.

E non stiamo parlando di bruscolini, ma di debiti fuori bilancio per 27 milioni di euro. Insomma, l’impressione rimane che in consiglio comunale in tanti abbiano maneggiato e votato in questi anni con troppa disinvoltura atti di cui (lo ammettono con candore se interpellati privatamente) nula capivano o sapevano.

Il fatto è che la politica ci ha abituati ad un clima di generale irresponsabilità, per cui alla fine concretamente nessuno paga mai davvero dazio di tasca propria. Ma personalmente non mi vorrei trovare nei panni di un consigliere comunale alessandrino della maggioranza uscente. Non avere consapevolezza e controllo delle conseguenze delle proprie azioni non è mai piacevole.

Intanto, venerdì mattina secondo voi il numero legale sarà raggiunto, e il quinquennio “infinito” 2007-2012 potrà dirsi finalmente concluso?

E. G.

ps: nelle due foto, i gruppi Fabbio e Rossa alla Stralessandria dell’altro giorno: 5.800 partecipanti. Di questi, quanti domenica al voto?

Astensione, scelta politica?

L’altro giorno mi sono ritrovato a discutere, con un amico, della percentuale di astensione al primo turno del voto alessandrino, che ha sfiorato il 40%. E dell’ipotesi tutt’altro che irrealistica che al ballottaggio alle urne ci vada meno della metà degli aventi diritto.

Il mio interlocutore mi ha rammentato che non ci sarebbe nulla di scandaloso: chi va sceglie per tutti, e il voto è valido e legittimo. La stessa cosa vale a livello romano, poiché nell’ordinamento italiano non è previsto alcun quorum strutturale per le elezioni nazionali generali. Quindi, se la prossima primavera (o anche prima: voci autorevoli danno per certa la conclusione dell’esperienza Monti per l’autunno. Funere mersit acerbo) la maggioranza degli italiani deciderà di andarsene in massa al mare il giorno delle elezioni, nessuna conseguenza?

Non proprio: un Paese che ribolle socialmente, e in cui al contempo una parte molto significativa oggi (e magari addirittura maggioritaria domani) dei potenziali elettori non si identifica più nelle dinamiche di rappresentanza, e quindi negli eletti, è una comunità al capolinea.

Da rifondare? Certo che sì, ma da rifondare davvero, restituendo al popolo potere decisionale e di controllo, oltre che naturalmente la responsabilità di fare ognuno la propria parte.

Lo sappiamo bene: se vent’anni fa, alla fine della prima Repubblica, comunque poteva esserci chi si alzava impettito a ricordarci che “lo Stato siamo noi”, e in qualche modo in tanti eravamo ancora disposti a dargli ragione, oggi chiunque ci provasse, a dire una trita banalità di questo genere, farebbe una figura meschina.
Per cui, davvero, lo Stato va restituito al popolo italiano dalle tante cricche che se ne sono spartite risorse e vitalità, riducendolo nelle condizioni attuali.

Rimando ancora una volta alla lucida, anche se certo non ottimistica (ma di ottimismo che diventa presa in giro facciamo ormai a meno, grazie) analisi del politologo Marco Revelli.
“Siamo in presenza di una tendenziale rottura dei tradizionali recipienti politici elettorali, una sorta di liquefazione”, dice Revelli, e ancora “abbiamo sperato a lungo nella capacità di autoriforma del sistema, e i partiti hanno ormai dimostrato l’assoluta incapacità di riuscirci”.

Quindi che succederà? Eh, saperlo: per ora la dinamica è quella solita, preannunciatami settimane indietro da un osservatore di livello. Sono ricominciate le gambizzazioni, e incrociamo le dita che ci si fermi lì, perché il prossimo passo sono le bombe, e la conseguente solidarietà nazionale.

C’è poco da fare: siamo un Paese che vive di tragiche repliche, più che di slanci innovatori.

Fabbio all’ultima battaglia

Chissà quanti uomini, politici e non, invidiano al sindaco di Alessandria Piercarlo Fabbio (nella foto) una moglie così. Ieri, durante la conferenza stampa del Pdl sulla vicenda Provincia/Corte dei Conti, la signora ha scalpitato per un po’ tra il pubblico di addetti ai lavori, e poi non ha più resistito: presa la parola, si è scagliata con veemenza contro la stampa (e in particolare La Stampa, intesa come quotidiano), sventolando un plico di articoli dedicati in questi mesi alle disavventure contabili di Palazzo Rosso, e dicendo più o meno: “vedremo se ora darete lo stesso spazio alla vicenda che riguarda Palazzo Ghilini”.

Già, quanto spazio daranno i media? Ed è vero che la vicenda è stata tenuta sotto silenzio da fine aprile fino all’altro ieri? Ma anche: poiché il pronunciamento della Corte dei Conti fa riferimento ai bilanci del 2010 e del 2011, perché l’opposizione di centro destra a Palazzo Ghilini non ha mai fattp emergere la vicenda, fino ad oggi, con la necessaria veemenza?

La mia impressione, leggendo il documento della Corte dei Conti, è che davvero la situazione contabile della Provincia non sia paragonabile, tout court, al disastro di Palazzo Rosso. Anche se resto convinto che, dall’una e dall’altra parte di piazza della Libertà, ci sono due clamorosi esempi di spreco ed inefficienza pubblica, ma anche due splendidi serbatoi elettorali (specie in questi tempi di elevato astensionismo). So che così vado a ri/toccare un nervo scoperto che crea noia a tanti, ma poterlo dire è uno dei (pochi) vantaggi di chi non ha ambizioni di candidato.

Tornando alla conferenza stampa di ieri: chiaro che Fabbio fino al 19 maggio deve tentarle tutte, per riconquistare alla sua causa la maggioranza di indecisi/astenuti. Credo anche che un volto nuovo della politica potrebbe riuscirci a mani basse, perché argomenti ne avrebbe a bizzeffe: ma per lui, dopo gli ultimi cinque anni soprattutto, è un triplo salto carpiato. E complimenti al coraggio, e alla faccia tosta.

Al suo fianco, ieri, c’era l’onorevole Stradella, e in fondo alla sala un pensoso e solitario Luciano Vandone (“La vittoria ha molti padri, ma la sconfitta stavolta ha un nonno”, mi ha sussurrato uno spirito arguto).

La coppia più bella del mondo dopo Celentano Mori, ossia Bondi Repetti, ha inviato invece lettera di solidarietà. Non pervenuti gli ex esponenti di An (tutti a Torino al funerale del camerata e assessore regionale D’Ambrosio?), e neanche gli ex socialisti, Priano in testa. Anche loro impegnati in qualche rosario?

I 5 Stelle e la sedia vuota

Indubbiamente l’atteggiamento di classe politica e media nei confronti di Grillo e Movimento 5 Stelle è mutato drasticamente nel giro di poche settimane, se non giorni. A lungo snobbati e derisi, ora che hanno fatto il botto alle amministrative,  conquistando il loro primo sindaco, ma soprattutto mostrando di essere una realtà di persone vere e partecipanti (che non solo votano, ma vanno in piazza, dove gli altri riescono a portare soltanto più sparute truppe cammellate, o addirittura prezzolate), beh ora cambia tutto.

Così i giornali ci raccontano che un conto sono le sguiataggini di Grillo (ma chi lo avrebbe ascoltato se avesse usato un linguaggio diverso?), un conto la “prima linea” del movimento, fatta di persone pacate, riflessive e preparate. In realtà è partita la fase due del contrattacco: “lisciare il pelo” ai Grillini, per chiamarli allo scoperto. Farli partecipare al grande circo barnum della politica televisiva, per dimostrare che sono esattamente come gli altri, e magari peggio perché ancora devono imparare le regole basilari della buona convivenza.

Se il Movimento 5 Stelle abbocca, in pochi mesi è “bollito”.

La strategia della sedia vuota, dei “grillini” che non ci sono, o meglio che comunicano soltanto in maniera diretta, sul web e tramite il loro “scafato” e incazzato front man, in realtà è ciò che agli occhi dell’elettorato li ha resi diversi, e che può continuare a farli crescere.

Mettere il “grillino” di turno a Ballarò, Otto e mezzo o anche da Santoro, tra un Fassino e una Santanché, equivale a “smitizzare” la diversità del Movimento, a mostrarlo simile al resto del panorama politico, e quindi egualmente inaffidabile.

Accanto a questo problema di immagine, i 5 Stelle dovranno fare i conti, nei prossimi mesi, con altri temi mica da ridere:

1) entrare nei consigli comunali, e imparare in fretta come muoversi fra delibere, determine, regolamenti non è come dirlo. Molto dipenderà dall’intelligenza di chi è stato eletto, dalla capacità di muoversi senza piegarsi a compromessi, ma anche senza rigidità antipatica: un consigliere comunale neofita, che si rende inviso non solo ai colleghi, ma soprattutto al personale che gestisce l’ente, è praticamente morto. Un pesce senz’acqua.

2) La selezione del personale politico. Che significa naturalmente i candidati per le Politiche nazionali, ma anche un minimo di struttura e di competenze, senza le quali la vedo dura reggere su tutti i fronti. Magari sono figlio di logiche vecchie, ma insomma che tutto possa viaggiare tramite web e volontariato, e che ogni decisione sia oggetto di dibattiti e confronti infiniti, la vedo dura.

Per fare qualche esempio: leggo su facebook e dintorni di spaccature del Movimento e dei simpatizzanti sul fronte genovese. Sento altri che mettono in discussione i consulenti di Grillo (Casaleggio in primis, che conobbi giovane manager del mondo IT più o meno quindici anni fa a Milano, anomalo fin da quella sua enorme testa di capelli in un mondo di gente noiosamente standardizzata), o che già additano i potenziali Scilipoti.

Insomma, l’avventura dei 5 Stelle comincia ora, e le insidie per loro davvero non mancheranno. A me sono simpatici, perché trovo che stiano obbligando tutto il sistema partitito, assolutamente decotto e “scollato” dal Paese reale, a fare i conti con la realtà. Sono interessato soprattutto a capire come reagiranno Vendola, Di Pietro, e la sinistra un tempo antagonista e rifondarola, oggi semplicemente quasi scomparsa. Guarderanno l’elettorato (che non è “il loro”, attenzione: non è di nessuno) migrare verso Grillo, e accamperanno i loro stendardi ai piedi del Pd, in cambio di qualche incarico di sottogoverno locale e nazionale, o rilanceranno con un progetto di società diversa? E nel centro destra, cosa si inventeranno per recuperare l’elettorato oggi astenutosi in massa? Ma di questo parleremo al prossimo giro.

Fenomenologia di una sconfitta

Il primo sicuro vincitore delle elezioni comunali alessandrine è il Movimento 5 Stelle, di cui torneremo a parlare certamente nei prossimi giorni. Il secondo vincitore (o, assai più probabilmente, vincitrice) emergerà dalle urne nel pomeriggio del 21 maggio, e speriamo davvero in uno spoglio più celere di quello di lunedì scorso. In ogni caso, si tratterà di una vittoria ricca di spine, e anche di questo riparleremo presto, e spesso.

Fermiamoci un attimo, oggi, a parlare di chi queste elezioni le ha perse. Sia perché in fondo non abbiamo, in questo blog, la vocazione a saltare sul carro del vincitore, e anzi ci diverte assai di più “fare le pulci” ai forti, e continueremo così. Con buona pazienza, speriamo, di chi non gradisce. Sia perché a volte c’è più da imparare dalle sconfitte che dalle vittorie.

Allora: a perdere sono stati, in primis, tutti quei consiglieri che, ripresentandosi alle urne dopo cinque anni, hanno pressoché dimezzato i propri consensi personali.

Attenzione: è vero che c’è stato un crollo della partecipazione, e che quindi perdere voti era più facile che guadagnarne. Ma non sono mancati alcuni casi in controtendenza, che hanno comunque fatto passi in avanti, o comunque tenuto la posizione.

Esempio significativo è quello di Emanuele Locci, consigliere comunale confermato in ogni caso,e amico di questo blog, che ha sostanzialmente riconfermato i voti del 2007, ma così facendo è balzato in testa alle preferenze del Pdl. Su AlessandriaNews, tra l’altro, Locci rilascia dichiarazioni tutt’altro che scontate sullo scenario politico, e sul Movimento 5 Stelle in particolare.

Oppure quello di Gianni Ivaldi, grande trionfatore in casa Pd, dove pure non hanno ritenuto di candidarlo come capolista (di solito con il capogruppo uscente succede).

Sconfitto seccamente, almeno rispetto alle aspettative dichiarate, mi pare invece possa essere considerato Corrado Parise. Non che davvero io mi aspettassi che la sua lista civica potesse arrivare al ballottaggio, ma francamente un risultato almeno intorno al 4-5%, con conseguente ingresso in consiglio, mi pareva credibile. Al di là delle analisi che Parise stesso fa su AlessandriaNews (astensione, boom dei 5 Stelle, ecc), a mio avviso è evidente che il suo è stato un caso di sopravvalutazione del web come circuito che tende ad autoalimentarsi, mentre la vita vera, soprattutto in una città anziana e lenta come Alessandria, scorre ancora altrove.

Si possono o meno condividere, naturalmente, le considerazioni di Parise sulla “padella e la brace” rappresentate da Pdl e Pd. Ma è un fatto che l’avversione di gran parte della popolazione nei confronti dei partiti tradizionali si è concretizzata in astensione e in voto ai 5 Stelle, lasciando Le Nuvole al palo. Vedremo se Parise continuerà a fare politica (io credo di sì), se approderà su lidi montezemoliani o finirà altrove. Certo il suo caso (come del resto quello di Mara Scagni, e di Gianni Vignuolo) insegna che, anche se il Pd non è più “il Partitone” di Botteghe Oscure, mollarlo per fargli concorrenza senza avere spalle abbastanza larghe è sempre dura.

Personalmente credo che Parise in consiglio comunale un po’ di vivacità e “vigilanza” in più l’avrebbe portata. Così come mi spiace che non ci entrino Mara Scagni e Paolo Bellotti (che ha scelto di non candidarsi). Ma, a proposito: ecco le due ipotesi di composizione della nuova assemblea di Palazzo Rosso, in caso di vittoria di Rossa o di Fabbio.

I commenti stavolta li lascio a voi.

Ma il panel degli sconfitti non è completo, se non volgiamo lo sguardo anche a loro: Sel e Federazione della Sinistra, a forza di guardarsi in cagnesco tra loro, han finito per non accorgersi che delle loro beghe interne non importa una pippa a nessuno.

D’accordo che, se il sindaco sarà Rossa, i capolista Lombardi e Barberis entreranno comunque in consiglio. Ma il 2% di Sel, e il 2,24% della Federazione della Sinistra, a fronte ad esempio dell’ottimo 6,55% dei Moderati (all’interno della stessa coalizione) mostrano in maniera netta il fallimento dell’offerta politica della sinistra alessandrina.
I motivi sono probabilmente diversi, tra cui certamente anche l’incapacità di proporre un proprio candidato alle primarie di fine 2011, con sostanziale “appiattimento”, almeno percepito, sulle posizioni di Rita Rossa e del Pd, rispetto a tanti temi essenziali. Ma più ancora alla base del modesto risultato elettorale di Sel e Federazione della Sinistra c’è il fatto che le idee e le proposte camminano sulle gambe degli uomini.
Provino allora, gli intellettuali della nostra sinistra (ma anche Corrado Parise) a confrontarsi senza spocchia con Cesare Miraglia, per capire, semplicemente, come si mette in piedi un movimento popolare che, senza pretese intellettualistiche, raccoglie voti veri tra la gente. Io almeno, se avessi ambizioni politiche, partirei da un piccolo caso di successo, per imparare come si fa.

Palazzo Rosso: elettori in fuga?

Sembra il più classico dei ballottaggi centro sinistra/centro destra, quello tra Rita Rossa e Piercarlo Fabbio per la carica di sindaco ad Alessandria. Ma attenzione: su 76.167 aventi diritto al voto, 30 mila elettori al primo turno hanno scelto di starsene a casa. Mi sembra un dato di grande rilevanza, che è impossibile trascurare. Il 40% di voti di Rita Rossa, pur notevole, corrisponde a circa 17 mila elettori, su oltre 76 mila. Fabbio ne ha raccolti meno di 8 mila.

In altri termini: la maggior parte degli alessandrini non si riconoscono in nessuno dei due competitor che andranno al ballottaggio.

So che ai politici questo punto di vista può sembrare indigesto, ma se non si parte da lì, si rischia di non avere davvero più il polso reale del Paese, e della città. Gli alessandrini, e gli italiani, stanno dicendo che non ci credono più. Ed è un messaggio esplosivo, devastante, che speriamo sia raccolto da tutti, e non annegato nella retorica delle percentuali, senza tener conto dei dati assoluti e reali.

Detto questo, il prncipale elemento di novità e di rottura, ad Alessandria come in tante altre città (da Genova a Parma, dove addirittura sono al ballottaggio) è rappresentato dal Movimento 5 Stelle. Chi snobba Grillo, lo ridicolizza, o ragiona ancora in termini di “voti nostri che ci ha rubato” (Bresso docet, nelle regionali piemontesi del 2010) è clamorosamente fuori strada. Anche perché i 5 Stelle sono altro, e di più, rispetto al grande comunicatore (comico è riduttivo, ne converrete) genovese. Non so se il Movimento possa davvero aspirare ad essere la leva di trasformazione del Paese, o sia soltanto un sintomo della crisi del sistema. Saranno questi ragazzi a doverlo dimostrare: vedremo se e come sapranno crescere e darsi un’organizzazione qualitativa. Certamente però sono destinati a recitare un ruolo da protagonisti, e tutti con loro dovranno fare i conti, all’interno delle amministrazioni locali e, in prospettiva (se ci faranno votare, e se lo faranno con una legge elettorale non “truccata”) anche a livello politico nazionale.

Ma rimaniamo su Alessandria, dove l’altro elemento di riflessione è rappresentato dall’estrema frammentazione generata dal numero “spropositato” di candidati civici: una parcellizzazione che non ha giovato a nessuno, tant’è che, se ho fatto bene i conti, saranno molti coloro che, rimanendo sotto il 3%, non entreranno neppure in consiglio comunale.

Oggi comunque comincia la vera campagna elettorale dei due aspiranti sindaci.
Tra Rossa e Fabbio la distanza è tale, che immaginare recuperi mi sembra azzardato. E’ vero che potenzialmente tutti coloro che hanno votato per altri candidati, ma anche i 30 mila che si sono astenuti, sono coinvolgibili. Ma come possa riuscirci un sindaco uscente stanco e “provato” soprattutto dall’ultimo anno di battaglie su tutti i fronti, appare difficile immaginarlo. Se pensiamo all’entusiasmo (e al plebiscito) con cui Fabbio fu eletto nel 2007, e alla manciata di voti che ha raccolto al primo turno, possiamo misurare in numeri la sua caduta “verticale” di questo quinquennio. E se consideriamo che una sorte sostanzialmente analoga toccò (tra il 2002 e il 2007) a Mara Scagni, abbiamo la misura di quanto, nell’ultimo decennio almeno, sia diventato improbo e faticoso fare il sindaco di Alessandria.

Naturalmente non vogliamo spaventare nessuno: ma i prossimi cinque anni per gli amministratori  alessandrini non saranno propriamente una passeggiata.

Il giorno del giudizio

Siete pronti al bombardamento mediatico? Già da ieri i giornali locali on line (come è vecchia la carta in occasioni come questa, vero?) ci regalano quel che possono, ossia le percentuali dei votanti alessandrini ed acquesi. Ma da oggi pomeriggio, ad urne chiuse, via libera alle proiezioni, ai commenti, ai primi dati, e poi in tarda serata ai numeri definitivi. Per le preferenze ai singoli candidati consiglieri temo si dovrà attendere domattina.

Un mio amico sostiene che è il classico evento di cui importa ad un’esigua minoranza, e che viene “spacciato” come di interesse generale. Forse è vero, ma poichè molti di noi, qui sul blog, appartengono in fondo a quella minoranza di interessati, ce la racconteremo di conseguenza.

Nessun pronostico, per carità, che le urne sono ancora aperte, e anche se siamo solo un blogghino da cultori della materia, rischiamo di ritrovarceli tutti addosso. Diciamo solo che, secondo noi, sarà ballottaggio, e la campagna elettorale vera, e per niente scontata, comincerà domani. Tra chi, e con quali armi e risultato finale, lo scopriremo via via.

Sempre senza scordarci che la partita vera, per il destino della città e delle nostre tasche, si gioca a Torino, sul tavolo della Corte dei Conti. I giudici dovrebbero aver ricevuto, entro venerdì scorso, il supplemento di documentazione dall’amministrazione uscente, e  presumibilmente dopo il 21 maggio ci daranno il loro responso: da cui dipenderà fortemente il percorso quinquennale del prossimo sindaco.

Palazzo Rosso come il Bangladesh?

Dopo una campagna elettorale che ci è parsa lunghissima, ecco il voto alessandrino. Per chi vuole partecipare, naturalmente, perché qualcuno prevede un’astensione da record, nonostante la bellezza di 16 candidati sindaco.

Va beh…ad essere pignoli oggi ci sono anche importantissime elezioni in Francia, e addirittura drammatiche in Grecia. Ma che provinciali saremmo se la nostra attenzione non fosse in primo luogo dedicata a Palazzo Rosso?

Giusto venerdì, in occasione della Giornata dell’Economia in Camera di Commercio, l’amministratore delegato di Banca Sistema, Gianluca Garbi, alessandrino d’adozione, pare abbia dichiarato “Se si facesse una nuova valutazione, al Comune di Alessandria si applicherebbe lo stesso rating di Paesi come l’Angola o il Bangladesh”. Tanto per gradire, e per capire come siamo messi. Noi cittadini, e i prossimi amministratori. Quanto davvero consapevoli, tutti quanti? Ne riparliamo lunedì sera!