Anche l’operaio vuole il figlio dottore

Il titolo del post, in realtà, potrebbe anche essere “oh che mestiere fare il panettiere”.

Ad Alessandria mancano infatti aspiranti fornai, falegnami, idraulici e sarti. A lanciare l’allarme è il direttore alessandrino di Confartigianato, a quanto leggo. E questa carenza sembra cozzare clamorosamente con i dati relativi alla dilagante disoccupazione giovanile. Un milione e 138 mila italiani sotto i 35 anni vorrebbe lavorare, ma non trova. O meglio: sono persone che non trovano ciò che desiderano, par di capire, perchè se volessero (e fossero in grado di) svolgere i mestieri sopra citati, sarebbe un’altra musica.

Segue panegirico sulla nobiltà delle professioni manuali, “le uniche che oggi assicurano guadagni elevati e costanti”. Anche perchè spesso esentasse, aggiungerei per essere onesti fino in fondo.

Come si commenta una notizia simile? Pare di essere tornati indietro di quarant’anni, quando Paolo Pietrangeli cantava Contessa.

Ma le cose non stanno mica così sapete?

Allora: è vero che c’è un sacco di gente che sogna di fare mestieri “impossibili”, nel senso della sproporzione mostruosa tra domanda e offerta. Quanti di quegli under 35 disoccupati vorrebbero fare i bancari (oggi: vent’anni fa, che noia il bancario..vi ricordate?), o i giornalisti? Mestiere ormai mediamente da fame, quest’ultimo, eppure misteriosamente ambitissimo.

Ma soprattutto quanti sarebbero in grado di farli davvero, certi mestieri?

Ecco, il fenomeno più interessante è semmai oggi quello dei “vorrei ma non posso”: ossia, accanto a tanti giovani preparati e capaci, ce ne sono almeno altrettanti che bluffano, con se stessi e con la famiglia, e che attribuiscono al “sistema” responsabilità e fallimenti che sono invece imputabili a limiti personali.

Però secondo me Confartigiano ha torto: nel senso che c’è ancora, eccome, anche chi ha voglia di fare quei mestieri lì che dicono loro. Certo, magari sono in parte anche lavoratori stranieri, ma non vedo la differenza o il problema. E’ gente che per la quale ancora il lavoro significa necessità di guadagno per migliorare materialmente, e non per realizzarsi socialmente o culturalmente. Del resto, che fare il panettiere alzandosi tutti i giorni alle 3 del mattino possa essere un lavoro che si fa per altro, che non sia il denaro, io non ci credo. E un panettiere che abbia raggiunto un certo benessere è naturale che sogni per il figlio un futuro da avvocato, medico, commercialista.

Il punto è che il nostro è un Paese malato. Che da un lato negli ultimi 25 anni ha invogliato il popolo a far studiare i figli, dall’altro non ha minimamente creato, a livello di classe dirigente, le condizioni perchè il mercato evolvesse davvero, in termini di infrastrutture e investimenti.
Per cui in effetti oggi aspirare a fare il ricercatore in Italia, per dire, è come voler fare il bagnino in Val d’Aosta. Ma se un ragazzino è sveglio, vivace, intelligente, arguto, il consiglio di Confartigiano ai genitori è dunque quello di mandarlo a studiare arti e mestieri dopo le medie inferiori? Magari in base al censo e all’estrazione famigliare, come esortava a fare il Berlusca solo qualche anno fa?

Mai però che questa gente consigli al figlio del primario ospedaliero di fare l’idraulico, avete notato? Sono i figli del popolo che, per definizione, devono restare tali, e smettere di avere troppi “grilli” per la testa. E in ogni caso, se non ci sono più sartorie o lavanderie è perchè il mercato è cambiato, e non consente a certi piccoli esercizi di campare dignitosamente. Non certo perchè in giro ci sono troppi filosofi.

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2 thoughts on “Anche l’operaio vuole il figlio dottore

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