Pernacchie e tuca tuca

Due notizie dal nostro territorio ieri hanno colpito la mia attenzione, e provo a segnalarvele.

La prima è “il passaggio” di Bossi in provincia, alla festa della Lega. “Passerà alla storia come “il discorso della pernacchia” quello di Umberto Bossi, domenica sera, a Capriata D’Orba”, scrive su AlessandriaNews la mia amica Irene Navaro.

Ma speriamo di no Irene, sinceramente: anche se in effetti ormai la pernacchia è diventata il marchio di fabbrica del leader leghista. Come il tuca tuca per la Carrà, ricordate? Si parva licet, naturalmente.

Auguriamoci che gli scorreggioni da osteria e i puttanieri da bordello abbiano fatto il loro tempo, e che rimangano confinati alla cronaca imbarazzante di questi anni. Quando sento il cavadent Calderoli insultare Montezemolo (sul quale pure, nella sostanza del giudizio, concordo con il ministro leghista) con parole grevi mi chiedo cosa arriverà, dopo questa fase della politica come offesa da avanspettacolo. Il rischio è davvero che dietro l’angolo ci sia, ancora una volta, la restaurazione élitaria, giustificata dal fatto che, in effetti, se il popolo è quella roba lì messa in scena dalla Lega….Il punto è che c’è invece un’Italia senza voce, di famiglie perbene, con giovani laureati che emigrano in massa non solo perchè affascinati da Londra, Parigi o Berlino, ma perchè disgustati e in fuga da questo andazzo. Ma ci torneremo.

Seconda notizia, sempre da AlessandriaNews: il nostro capoluogo è stato premiato al Fiuggi Family Festival in quanto al top sul fronte delle politiche per la famiglia.

Boom! Questo sì che è un notizione. Sul web si stanno scatenando i commenti, e mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi. Io, lo confesso, in questi quattro anni avevo percepito solo la famosa e benemerita Festa dei Nonni, e invece…..ma allora tutte le critiche sui servizi sociali in calo, i rincari degli asili e tutto il resto? Aria fritta? Attendo i vostri interventi…

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Venti di guerra sul commercio alessandrino?

Venti di guerra ad Alessandria su commercio e grande distribuzione. Sarà questo, immagino, uno dei grandi argomenti che terranno banco in autunno, e focalizzeranno il dibattito politico cittadino. All’orizzonte pare ci sia una nuova ipotesi di apertura di grandi centri commerciali nelle aree dell’Osterietta e dell’ex zuccherificio di Spinetta Marengo, mentre la legge regionale da poco approvata, e che blocca per un anno i nuovi insediamenti sopra i 4.500 metri quadri, è acqua fresca e sembra scontentare tutti.

Francamente non so, ma qualcuno di voi magari sì, chi dovrebbe insediarsi all’Osterietta. Mentre a Spinetta si parla per Coop7 di ampliare il centro che già ospita Centro Benessere, Multisala e Hotel. E soprattutto di investire altri 20 milioni di euro per un mega insediamento commerciale nell’area dell’ex zuccherificio. Alcuni fabbricati peraltro, ristrutturati, verrebbero regalati al Comune. Niente secondo ponte sulla Bormida, però. E perchè non fare quello allora, considerato che Palazzo Rosso di immobili vuoti che vanno in malora ne ha già abbastanza?

Non mi è chiaro invece che farà Esselunga: Valfrè o pure lei ex zuccherificio?

Ovviamente il recupero di un’area dismessa come quella, abbandonata da trenta o quarant’anni (io l’ho sempre vista così: fatiscente) avrebbe il suo perchè: ma ci si rende conto della montagna di veleni chimici che sta sotto il terreno, o già l’abbiamo mentalmente rimossa? Non so, mi pare che in questo “ridisegno” del territorio si proceda a strattoni, e senza un vero progetto d’insieme. A proposito di piani strategici, tra l’altro.

In ogni caso, i permessi regionali per gli insediamenti nelle aree sopra citate sarebbero stati richiesti e accordati in passato (gestione Bresso) e quindi non sono revocabili, se gli intestatari non sono talmente fessi da lasciarli scadere.

Da osservatori/consumatori, non possiamo che aggiungere qualche considerazione generale: è evidente che i Comuni, non solo ad Alessandria, da questi insediamenti traggono linfa vitale, in termini di oneri di urbanizzazione e di balzelli vari. Per cui da parte degli amministratori, soprattutto in tempi di “vacche magre”, la tentazione di dire “incassiamo il più possibile, e la selezione la facciano i clienti” è logico ci sia.

Poi c’è il discorso dell’occupazione: “noi generiamo posti di lavoro dicono tutti, dall’Outlet di Serravalle in giù. Ed è vero, anche se spesso si tratta di occupazione precaria, flessibile, a tempo. L’ideale magari per chi ha una visione della vita part time, e mobile. Meno per chi vorrebbe ragionare in una dimensione temporale medio lunga, metter su famiglia e via dicendo.

A me poi ha sempre colpito che i sindacati siano pronti (giustamente, sia chiaro, e neanche più tutti: diciamo quelli meno gialli di vergogna) a fare le barricate per gli operai della Fiat e dintorni, mentre sulla grande distribuzione alzano le spalle: “eh, la flessibilità, il mercato…”. Insomma, sembra che nei super e iper mercati ci siano lavoratori di serie B, o comunque gente che ad avere contratti settimanali e “a chiamata” si diverte un sacco.

Ma vediamola da clienti: a chi non piace fare un giro al centro commerciale, così comodo da raggiungere in auto, e poi climatizzato: fresco d’estate, e caldo d’inverno?
Magari uno preferisce l’abbigliamento, l’altro il grande emporio tecnologico, ma è difficile che ci siano individui refrattari “in toto” a questo tipo di proposta.

Poi, naturalmente, se i negozi in centro via via chiudono i battenti, e le vie la sera (ma anche di giorno ormai) sembrano abbandonate, e magari anche un po’ a rischio delinquenza, ci spiace un sacco, e diamo la colpa ai politici. Il che è sempre giusto, sia chiaro.
Però forse anche noi cittadini consumatori siamo un po’ ipocriti, e vorremmo la classica botte piena, con la moglie ubriaca. No?

In ultimo: mi dicono che più di uno dei grandi centri commerciali già presenti attorno ad Alessandria stia arraccando. Ma allora che senso ha investire enormi cifre per realizzarne altri? Vuoi vedere che bisogna leggersi qualche bel romanzo noir di Massimo Carlotto per capire come funzionano, oggi, certi business?

Quasi quasi mi compro una caserma

Il Governo, per fare cassa, medita di vendere fino al 40% degli immobili pubblici. Benissimo, ma vedo essenzialmente due problemi:

1) Chi mai si farà avanti con danè veri, in un contesto di crisi totale come quella attuale? Avete presente, nel  loro piccolo, i continui flop di svendita del Comune di Alessandria, e di Tortona? Bene, moltiplichiamo per l’intero Paese e avremo chiaro il quadro di svendita per fallimento a cui si va incontro.

2) Va bene fare cassa, ma per farci che? Per continuare a buttare questi soldi (pubblici) nelle tasche dei soliti noti, delle caste, del malaffare? Io continuo a pensare che l’èlite politica (trasversale) che ha portato l’Italia al fallimento non possa proporsi come nuova classe dirigente risanatrice. E’ semplicemente ridicolo, da pernacchie oggi (finchè comunque abbiamo la pancia piena), e da forconi domani, temo.

Ma quanto può essere miope il Potere, se non arriva a capire quando è l’ora di andarsene con le proprie gambe, e in salute? Mah….comunque ora controllo la situazione sul mio conto corrente, e sapete che faccio? Ma sì, quasi quasi mi compro una caserma, o una stazione di periferia….non si sa mai, un domani possono venir bene.

Resistenza e Lavoro non si toccano

Non vi pare che l’ipotizzata eliminazione di due feste fortemente simboliche come il 25 aprile e il 1 maggio da parte della fantomatica manovra del governo Berlusconi sia passata colpevolmente inosservata?

Certo, il 25 aprile è lontano, e col senso di precarietà sia dell’esecutivo, che del Paese e della stessa Europa, non nego che preoccuparsene con così grande anticipo può anche sembrare fuori luogo. Ma il fatto è che a me sfugge completamente il senso economico/produttivo della decisione, e al contempo mi colpisce ed irrita molto quello simbolico.

Allora, vediamo: l’illuminazione che sta alla base della decisione è che gli italiani lavorano troppo poco, e fanno troppi “ponti”. E pensare che io ero rimasto all’eccessiva evasione fiscale, e al costo esorbitante della macchina pubblica. E mi era parso, tra l’altro, che un sacco di imprese private avessero già serie difficoltà a tirare a campare, altro che problemi di sovraproduzione. Leggo di tante aziende, anche alessandrine, che stanno facendo smaltire tutte le ferie ai dipendenti, o addirittura anticipando quelle future, perchè non sanno come impegnarli sul posto di lavoro. Altro che “ponti”.

In ogni caso: non basterebbe eliminare i “ponti” stessi? Pare di no: e alla fine, salvate tutte le feste di rito cattolico compresa, vedrete, quella del miracolo di San Gennaro (non sia mai che il Vaticano si arrabbi, e decida magari per ripicca, che so, di cominciare a pagare l’Ici sullo sterminato patrimonio immobiliare in territorio italico), non restava poi molto.

Quindi per raddrizzare le sorti del Paese pare non ci fosse altra soluzione, per il tandem Berlusconi Tremonti, che cancellare la festa della Liberazione dalla dittatura fascista, e quella del Lavoro. Che ha anche una sua logica, del resto: questa repubblica sta tirando le cuoia, e i diritti dei lavoratori sono in via di progressiva cancellazione, con il benestare più o meno tacito anche di partiti “progressisti” e di gran parte dei sindacati. Quindi perchè mai conservare feste tanto anacronistiche?

Sinceramente, mi aspetto da qui alla prossima primavera tante di quelle novità, che forse diventa davvero un po’ prematuro guardare così avanti. E tuttavia il gesto simbolico (perchè la crescita del famoso Pil non credo dipenda da due giorni di festa, ma da una miriade di altri più concreti provvedimenti, non ultima la già citata lotta all’evasione fiscale da record occidentale) del governo Berlusconi è grave assai, e mi sa che il prossimo 25 aprile e 1 maggio mi toccherà proprio festeggiare più intensamente del solito. Sarò il solo?

Meglio tardi che mai

Ci mancava solo che non l’arrestassero. La decisione dell’altro giorno della Procura di Alessandria di non incarcerare il 35enne albanese che ha ucciso 4 ragazzi di vent’anni guidando contromano e ubriaco in autostrada  ci aveva lasciati tutti letteralmente disgustati, e con addosso un senso di ingiustizia grande come una casa. Non è naturalmente questione di sindacare la valutazione  tecnico giuridica degli addetti ai lavori, ma di constatare, da cittadini, quanto il provvedimento fosse umananamente aberrante.

Oltretutto, evidentemente “imbeccato” dagli avvocati, l’omicida ha perlomeno da oggi indossato la veste del pentito un po’ ipocrita, sempre meno urticante del disinvolto menefreghismo con cui “a caldo” aveva gestito “l’incidente”.

Quindi tutti tiriamo un sospiro di sollievo: che sia merito dell’intervento del ministro Maroni, come si dice in giro, o della pressione dei media, mi pare sacrosanto che l’omicida attenda in carcere la (speriamo rapida ed esemplare) sentenza. E sul personaggio in questione, almeno per quanto abbiamo letto sui giornali, mi pare che qualche punto oscuro non manchi davvero. Davvero, ad esempio, è entrato ed uscito da diversi caselli sul tragitto? Curioso, no? A quanti di voi è mai capitato? A me mai…

Detto ciò, provo sempre un po’ di imbarazzo ad affrontare vicende come questa, perchè solitamente danno il via libera ai bassi istinti di vendetta che covano in ognuno di noi, e spostano i riflettori da questioni oggettivamente più importanti per le sorti della comunità nel suo insieme.

E tuttavia una adeguata tutela giudiziaria di fronte a casi così eccezionalmente folli deve essere garantita da uno Stato serio, se non si vuole che prenda sempre più piede una forma di giustizia fai da te, molto simile all’arcaico “occhio per occhio”. Qui davvero la pena deve essere esemplare, per quanto lo consenta un ordinamento pieno di “buchi” e sconti di pena come quello italiano. Quel che resterà di certo, quando fra qualche mese il drammatico incidente sarà per noi soltanto un lontano ricordo, è comunque la vita distrutta di quattro ragazzi di vent’anni, e delle loro famiglie.

In difesa dei piccoli comuni

Uno degli aspetti più ridicoli della manovra partorita la scorsa settimana dalla strana coppia Berlusconi Tremonti (e già pronta a passare “in cavalleria”) c’è sicuramente l’abolizione dei comuni con meno di 1.000 abitanti. Una miriade, nella nostra provincia. Ma, quel che davvero conta, un provvedimento che farebbe risparmiare davvero pochi euri, e probabilmente ne costerebbe assai di più soltanto alla voce “tutela del territorio”. Andate, andate a vedere che piccole bomboniere sono certi paesini del tortonese, dell’ovadese o del monferrato. Hanno piazzette ospitali e curate, e persino cimiteri che sembrano giardinetti. Per non dire del pronto intervento per lo più volontario (ma sempre coordinato dal Comune) in casi di emergenza, dalle nevicate alle altre calamità naturali, o a semplici e più banali necessità della popolazione. Senza trascurare un dettaglio: quasi sempre si tratta di enti con bilanci in ordine, che evidentemente si ritiene opportuno per questo motivo castigare, indirizzandoli verso il modello “voragine” del Comune di Alessandria o di Tortona.

Basterebbe del resto, calcolatrice alla mano, rinunciare su scala provinciale ad uno dei nostri indispensabili parlamentari  o consiglieri regionali (il cui costo è assai più del già indecente stipendio: parliamo tra benefit, personale a supporto, infrastrutture e pensione di cifre a sei zeri) per non privarci di qualcosa come sessanta o settanta municipi.
E come si fa a non perdere almeno per un attimo le staffe quando certi filibustrieri specializzati in sfruttamento della cittadinanza parlano di 50 o 60 mila poltrone in meno? Guardate che le poltrone a cui si riferiscono sono sindaci e assessori che mediamente devolvono i loro gettoni, peraltro ammontanti a poche centinaia di euro l’anno. Gente che si sbatte gratis per il proprio paese/comune, e che naturalmente non sarà più disposta a farlo per una frazione privata di identità.

Le province, invece, che sono un ente intermedio assolutamente inutile, le cui competentenze potrebbero tranquillamente essere “spalmate” tra regione e comuni, sono in sostanza intoccabili. E vedrete: fra sei mesi dei famosi accorpamenti (che peraltro, così come proposti, sono assolutamente inutili) ci saremo già dimenticati tutti.

Sei mesi? Cari miei, fra sei mesi qui chissà cosa sarà successo, e cosa succederà. Prepariamoci ad un autunno incandescente…

Si sono scordati l’evasione fiscale

Il governo italiano annuncia già (15 agosto) modifiche alla manovra annunciata due giorni prima. Una farsa nella farsa, che vedrà certamente nelle prossime settimane, prima dell’approvazione definitiva del Parlamento, non pochi siparietti di involontaria comicità.

Ma facciamo pure finta che quello approvato sia il documento definitivo. Cosa ne ricaviamo? Che Berlusconi e Tremonti non sanno minimamente che pesci pigliare per rilanciare il Paese, e probabilmente neppure aspirano a tanto, avendo come unico fine quello di salvare se stessi, e di galleggiare.

Due sono le questioni che stanno portanto l’Italia al default, al di là della crisi internazionale (rispetto alla quale del resto, a dire dei nostri governanti, fino a qualche settimana fa il nostro Paese era del tutto ai margini, “grazie al risparmio privato degli italiani”), e sono l’evasione fiscale e i costi della macchina pubblica. Lo sappiamo tutti, da sempre. E da sempre lo accettiamo chi con passività, chi con orgoglio.

“Oh, sia chiaro, tutto in nero”, diceva l’altro giorno un orafo ad un mio amico, elencando i suoi successi professionali. Reddito medio della categoria? 14 mila euro lordi all’anno, meno di un usciere della Asl. Credo basti questo dato per stabilire l’inutilità e la cattiva fede del sistema dei controlli, a partire dal vertice. Del resto il “lavoretto in nero” era la soluzione indicata dal premier già anni fa, pubblicamente. Con il consenso, almeno all’epoca, della maggioranza degli italiani, che oggi e soprattutto domani raccoglieranno ciò che meritano.

Quando alla macchina statale: accetto scommesse su quante province realmente saranno eliminate, ma soprattutto sul risparmio conseguente, prossimo allo zero. Facciamo un esempio di casa nostra, e ipotizziamo che Asti torni, come un tempo, a far parte della Provincia di Alessandria. Vi rimando al riguardo all’intervista in politichese dell’on. Armosino, a tempo perso presidente della Provincia di Asti, ma soprattutto pezzo grosso del Pdl piemontese e romano. La trovate su La Stampa del 14 agosto. Ebbene: non solo è evidente che nessuno sarà mai licenziato (e ne siamo lieti), ma c’è da scommettere che neanche gli uffici saranno chiusi (vuoi mettere l’importanza del legame col territorio?), e che, infine, il numero complessivo degli assessorati resterà invariato. Insomma, questa storia dell’abolizione di un po’ di Province, oltre ad essere posticipata di tre anni (tre anni in Italia? ma dai…), si ridurrà al cambio di alcune insegne e loghi. E del resto tre anni per la nostra macchina pubblica sono giusto il tempo necessario a realizzare un resytling di questo tipo, che dovrà come noto tener conto della sensibilità culturale delle minoranze, delle esigenze cromatiche dei territori, dell’impatto visivo e delle ricadute turistiche. Un lavoraccio insomma, al quale si dedicheranno provincia per provincia, vedrete, fior di consulenti.

La manovra del governo non ha dunque nulla di consistente? No, no, un elemento reale c’è, ed è l’aumento feroce di tasse e balzelli finanziari. E nei prossimi mesi gli enti locali, comuni in primis, saranno costretti a “tagliare” un sacco di servizi, o a venderceli a caro prezzo.

La domanda finale è: quanto ci metteranno Europa e mercati ad accorgersi di essere stati (nuovamente) presi in giro? Temo pochissimo…