Astensione, scelta politica?

L’altro giorno mi sono ritrovato a discutere, con un amico, della percentuale di astensione al primo turno del voto alessandrino, che ha sfiorato il 40%. E dell’ipotesi tutt’altro che irrealistica che al ballottaggio alle urne ci vada meno della metà degli aventi diritto.

Il mio interlocutore mi ha rammentato che non ci sarebbe nulla di scandaloso: chi va sceglie per tutti, e il voto è valido e legittimo. La stessa cosa vale a livello romano, poiché nell’ordinamento italiano non è previsto alcun quorum strutturale per le elezioni nazionali generali. Quindi, se la prossima primavera (o anche prima: voci autorevoli danno per certa la conclusione dell’esperienza Monti per l’autunno. Funere mersit acerbo) la maggioranza degli italiani deciderà di andarsene in massa al mare il giorno delle elezioni, nessuna conseguenza?

Non proprio: un Paese che ribolle socialmente, e in cui al contempo una parte molto significativa oggi (e magari addirittura maggioritaria domani) dei potenziali elettori non si identifica più nelle dinamiche di rappresentanza, e quindi negli eletti, è una comunità al capolinea.

Da rifondare? Certo che sì, ma da rifondare davvero, restituendo al popolo potere decisionale e di controllo, oltre che naturalmente la responsabilità di fare ognuno la propria parte.

Lo sappiamo bene: se vent’anni fa, alla fine della prima Repubblica, comunque poteva esserci chi si alzava impettito a ricordarci che “lo Stato siamo noi”, e in qualche modo in tanti eravamo ancora disposti a dargli ragione, oggi chiunque ci provasse, a dire una trita banalità di questo genere, farebbe una figura meschina.
Per cui, davvero, lo Stato va restituito al popolo italiano dalle tante cricche che se ne sono spartite risorse e vitalità, riducendolo nelle condizioni attuali.

Rimando ancora una volta alla lucida, anche se certo non ottimistica (ma di ottimismo che diventa presa in giro facciamo ormai a meno, grazie) analisi del politologo Marco Revelli.
“Siamo in presenza di una tendenziale rottura dei tradizionali recipienti politici elettorali, una sorta di liquefazione”, dice Revelli, e ancora “abbiamo sperato a lungo nella capacità di autoriforma del sistema, e i partiti hanno ormai dimostrato l’assoluta incapacità di riuscirci”.

Quindi che succederà? Eh, saperlo: per ora la dinamica è quella solita, preannunciatami settimane indietro da un osservatore di livello. Sono ricominciate le gambizzazioni, e incrociamo le dita che ci si fermi lì, perché il prossimo passo sono le bombe, e la conseguente solidarietà nazionale.

C’è poco da fare: siamo un Paese che vive di tragiche repliche, più che di slanci innovatori.

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