Esproprio (al) proletario

La notizia è di ieri: nessuno ha ancora potuto prendere visione del progetto esecutivo del Terzo Valico, ma in compenso gli espropri di terreni e immobili stanno cominciando.
Nella mia ingenuità, ho sempre pensato peraltro che si trattasse di proposte talmente al rialzo (tanto sull’opera ci “mangiano” in tanti, no?), da far sfregare le mani agli interessati. In realtà esiste anche una dimensione affettiva (soprattutto per le case), ma insomma se con quel che ti offrono puoi comprartene una molto più bella, o due da un’altra parte, la malinconia te la fai passare.

Invece, a quanto mi dicono persone direttamente coinvolte, non solo la procedura del Cociv (lettera con data e ora in cui devi sgomberare, e tanti saluti) è aberrante, ma questi grandi distruttori di natura, ambiente e paesaggi hanno pure il braccino corto, a volte cortissimo.

Per cui immagino che la reazione della popolazione (espropriata o no) non potrà che essere forte e compatta. L’esproprio (al) proletario è cominciato, ma non è scritto da nessuna parte che ci si debba rassegnare a fare la fine dei Navajos nelle riserve. Non prima almeno di aver provato a farsi rispettare: possibile che tutto sia consentito al moloch della burocrazia e della grande impresa, a dispetto della volontà dei cittadini?

C’è il dissesto: e adesso?

Sotto choc. Così appariva ieri pomeriggio il consiglio comunale di Alessandria, dopo l’arrivo in mattinata dell’attesa pronuncia della Corte dei Conti, che ha di fatto certificato il dissesto dell’Ente. E sarà pure un mero stato contabile, come cerca di dare ad intendere l’ex sindaco Fabbio, ma in un’azienda privata si chiamerebbe fallimento.

Ma è vero che un Comune non può fallire? Certamente quel che è evidente è che questi politici (e dirigenti) convinti di avere, sempre e comunque, una rete di salvataggio, mille giustificazioni e, in fin dei conti, nessuna responsabilità per i loro pessimi servizi alla comunità hanno assolutamente fatto il loro tempo.

In ogni caso, ieri c’era da restare un po’ straniti (e più di un osservatore e/o ascoltatore del consiglio lo ha rimarcato) nel constatare che l’assise di Palazzo Rosso ha liquidato con poche frasi formali del sindaco Rossa la questione dissesto, per poi invece dedicarsi a disquisizioni su questioni operative (lo scioglimento di alcune partecipate, in particolare: ma soprattutto le riflessioni sulla loro utilità e sul loro funzionamento). Passaggi certo necessari e da espletare, ma che a noi cittadini, francamente, sono sembrate un po’ un bla bla fuori tempo massimo, un passarsi la palla, palleggiare e punzecchiarsi in punta di citazione e aggettivi (e qui l’ex sindaco Fabbio è sempre il più bravo di tutti), quasi un voler “parlar d’altro”. Come quando si va a casa del morto, e per alleggerire l’atmosfera si parla del tempo, o del tale che non si vedeva da un sacco di tempo.

Ecco: da oggi il morto c’è. Quindi non fate più finta di niente per favore, signori amministratori e consiglieri, e spiegateci che intenzioni avete, e cosa ci aspetta. Che il tandem Fabbio Vandone sia il principale artefice politico del disastro pare evidente a tutti, ma non ci basta e non risolve la questione.
Un’intera città ha il fiato sospeso, e la borraccia della speranza quasi vuota.

La partita decisiva

Dove prendere i soldi? Il problema è essenzialmente quello, ad Alessandria come a Roma. Chi ha gestito la macchina pubblica per tutta la seconda Repubblica (anche prima in realtà, ma le condizioni nazionali e soprattutto internazionali erano molto diverse, e in ogni caso un discrimen bisogna pur fissarlo) lo ha fatto talvolta con assoluta incompetenza, o più spesso con malafede approfittatrice.

Così oggi siamo a questo punto. Per guardare solo al nostro orticello: a fine mese i dipendenti del Comune di Alessandria e delle sue partecipate corrono con apprensione a controllare se il bonifico sul conto corrente (spesso 1.200 euro: dirigenti esclusi naturalmente) è arrivato, e se insomma la si è sfangata un altro mese. Non sempre succede, come le cronache Atm, Amiu, Teatro Comunale e quant’altro ci raccontano.

Chi si accontenta di incassare un anticipo, chi ha lo stipendio pieno ma scopre che da tempo non gli versano i contributi, e così via. E sappiano comunque, gli impiegati suddetti, che in un rapporto prestazioni/retribuzione/garanzie loro rappresentano comunque la crème del territorio, per dire come siamo messi. Basta chiedere un po’ in giro, dal mondo edile al commercio, per rendersene conto.

Se poi guardiamo all’apprensione con cui mister Monti si appresta ad affrontare il vertice europeo delle prossime ore, è chiaro che la parola emergenza, a tutte le latitudini, non è oggi spesa a vanvera.

Però sapete qual è il rischio vero, a Roma come ad Alessandria? E’ che, con la filastrocca dell’emergenza, si facciano ingoiare bocconi stra-amari ai più deboli, senza

1) mettere davvero le mani nelle tasche di chi (singole e società, banche in primis) i soldi ce li ha, eccome

2) prendere atto della grave responsabilità di un’intera classe dirigente, che dovrebbe farsi da parte in toto, e pagare in solido per gli errori commessi. Altro che le riflessioni del Pd sul concetto di durata dei tre mandati parlamentari. Unghie che stridono sui vetri.

3) riconsiderare l’enorme squilibrio della spesa pubblica, sprechi compresi. Dai Ministeri fino al carrozzone alessandrino (Palazzo Rosso più partecipate) che, non ci stancheremo di ripeterlo, è stato gonfiato a dismisura per troppo tempo, senza considerare le conseguenze. Naturalmente non sto dicendo di lasciare tout court in mezzo ad una strada i più deboli: ma ci vorrebbe davvero un progetto complessivo, in grado di immaginare, e rapidamente realizzare, una mezza rivoluzione nelle modalità di gestione dell’economia cittadina, e anche provinciale.

Ci sono in giro le intelligenze, ossia gli uomini e le donne, capaci di risollevare (al di là delle emergenze, al di là delle elemosine dei tedeschi) le sorti di questo Paese, e naturalmente pure di Alessandria?

Io credo di sì, e che però al momento sia in corso, con Monti and company, il progetto esattamente opposto, ossia un bieco tentativo di restaurazione: metterci l’ennesima pezza, e lasciare tutto nelle mani dei soliti noti.

Intanto però, stasera, tutti davanti ai teleschermi per una sfida Germania Italia che più simbolica (ma forse anche sterile) di così non si può…

Un sindaco controcorrente

“Io con il premio ai due dirigenti dell’Asl aiuto a mantenere per un anno intero la scuola materna”. Si può dar torto al sindaco di Vignole Borbera, Giuseppe Teti (nella foto)?

Eppure all’Assemblea dei sindaci dell’Asl alessandrina che si è tenuta nei giorni scorsi pare sia stato il solo a votare contro il “premio di risultato” attribuito, per gli standard raggiunti nel 2011, a Mario Pasino, all’epoca direttore generale dell’Asl, e a Nicola Giorgione, direttore generale dell’Azienda ospedaliera santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo.

Si tratterebbe, secondo le cronache, di 2 mila euro al mese (immagino lordi), ergo 24 mila l’anno, erogati “perché il pronto soccorso funziona bene e i pazienti in codice bianco sono diminuiti”. Qualche altro sindaco di piccolo comune sembra si sia astenuto, mentre la gran parte dei primi cittadini (inclusi quelli dei comuni più grandi, che sanno come si sta al mondo) hanno votato a favore.

Intendiamoci: sicuramente il provvedimento è stra-legittimo sul piano formale. Il punto è, semmai, che Giuseppe Teti con il suo gesto simbolico ha dato voce (quindi un plauso se lo merita) alla gran parte dei cittadini, che ritiene che i dirigenti pubblici siano pagati in maniera eccessiva rispetto ad un Paese che, settimana dopo settimana, viene descritto sempre più vicino alla bancarotta.

Spiace assolutamente qui focalizzarci su due casi specifici (non conosco personalmente Giorgione, mentre Pasino, che ho intervistato in passato, è senz’altro persona preparata ed estremamente cordiale), che non sono assolutamente un’eccezione ma la norma. E infatti faremo una riflessione più generale.

Dei debordanti stipendi dei dirigenti della Provincia e del Comune di Alessandria abbiamo parlato spesso in passato. I dirigenti regionali poi sono una sorta di specie protetta, “cacicchi” che dovrebbero avere tutti competenze da super manager, a giudicare da quanto incassano.

Non ci interessa neppure tanto ribadire che buona parte di questi dirigenti sono lì per relazioni politiche (non tutti: ne conosco almeno due di persona che ci sono arrivati tramite concorsi regolari, quindi c’è speranza).

Quel che conta è che il tutto avviene all’interno di aziende pubbliche in gran parte prossime al fallimento sul piano dei conti, e tenute in piedi solo grazie a costanti (e crescenti) prelievi forzosi dalle nostre tasche: citiamo Imu, Irpef, benzina e Imu tanto per stare su un pokerino classico.

Embhè: non so voi, ma io più che chiedere a Teti ragione del suo comportamento, esorterei i suoi colleghi a riflettere sull’occasione perduta. E mister Monti a darsi una regolata, che a volerli vedere spazi per “contenimenti di costi” che non penalizzino la povera gente ce ne sono, eccome. Difficile semmai che a portarli avanti sia il governo più alto borghese e conservatore della seconda repubblica…o no?

Intanto, a proposito di penalizzare i deboli, ri/eccoci a fine mese, e a quanto pare di nuovo in Atm si faranno i salti mortali per pagare gli stipendi: si parla di un anticipo forfettario di mille euro a testa per giugno, con tanti bei punti interrogativi su luglio e quattordicesima. Attendiamo conferme, smentite o sviluppi. E strategie chiare da Palazzo Rosso: sempre Corte dei Conti decidendo e permettendo.

Sfruttamento vero e finta solidarietà

La notizia è di quelle che si commentano da sole: una quarantina di lavoratori marocchini retribuiti un euro all’ora, e costretti a guadagnarsi la sopravvivenza quotidiana al di fuori di qualsiasi rispetto delle normative vigenti. Più schiavi che braccianti, insomma.
Il fatto che stavolta i riflettori siano puntati sulle nostre campagne, e non sul profondo sud, dovrebbe far riflettere doppiamente, ma soprattutto agire.

In questi casi la retorica sterile e un po’ stucchevole è infatti sempre dietro l’angolo, e in questi giorni mi è capitato di leggere attestati di solidarietà “in poltrona” tanto retorici da far venire il latte alle ginocchia. Non li riporto, perché sarebbe accanimento: però, per associazione mentale, vi propongo una foto che una mia amica ha condiviso ieri su facebbok, e che in fondo ben rende l’idea.

La riflessione insomma è: se l’imprenditore agricolo (chiamiamolo così) non avesse esagerato, e si fosse “accontentato” di uno sfruttamente più “velato”, e numericamente meno evidente, per quanto avrebbe potuto continuare ad usare questi poveracci, nell’indifferenza di noi tutti, e soprattutto di chi per mestiere dovrebbe dedicarsi ai controlli? E quanti sono i casi analoghi (magari appunto solo un po’ meno eclatanti) disseminati nelle nostre campagne?

Giusto ieri chiacchieravo con un sindacalista serio, che mi diceva “il clima di antipolitica rischia di diventare anche antisindacale: siamo ad un passo”.

Forse è così, e il qualunquismo è davvero una brutta bestia. Però dal canto loro i sindacati, ma anche i funzionari pubblici addetti alla vigilanza, e noi stessi come osservatori, siamo tutti quanti certi di fare sempre e fino in fondo il nostro dovere sul fronte della tutela di questi lavoratori “invisibili”?
O invece il sommerso illegale a costo quasi zero fa comodo a tanti, e poi pensiamo di lavarci la coscienza con un bell’attestato di “pelosa” solidarietà via web?

Aspettando la Corte dei Conti

Mentre rimaniamo in fiduciosa attesa dell’ormai mitica e mitizzata pronuncia della Corte dei Conti (ora qualcuno parla di domani, martedì) riguardo ai bilanci di Palazzo Rosso, proviamo ad alzare lo sguardo su quel che succede altrove.

Vi sembra serio che, in un Paese che sta affondando nel malaffare (da Lusi a Formigoni, fino agli intrallazzi vaticani, ogni giorno sfogliare un quotidiano cartaceo o on line è una pena), si debbano puntare i cannoni sull’inesperto sindaco di Parma, “reo” di aver rinunciato ad ingaggiare un assessore (che non era ancora stato nominato) non appena è emerso che costui aveva qualche macchia nel suo curriculum, peraltro di privato cittadino e non di politico?

A me sembra un atteggiamento “alla tedesca”, ossia civile e trasparente. Che magari mette in evidenza le difficoltà di un meccanismo di selezione basato sulle auto candidature e la presentazione di curricula autocertificati. Ma che mi pare ingeneroso accostare a casi di maneggi di potere e ruberie di soldi pubblici che ben conosciamo, e subiamo colpevolmente, da diversi decenni.

Sono sempre più convinto però che gli italiani hanno avuto finora, e avranno in futuro, ciò che si sono meritati, e sapranno meritarsi. E che fare di tutt’erba un fascio è tipico di due categorie, assolutamente complementari: i fessi, e chi ha interesse a intorbidire le acque.

E, sempre a proposito di non fare di tutta un’erba un fascio, e saper riconoscere che la politica è fatta sì da malfattori, ma anche da persone serie e oneste, vi segnalo un link di radio radicale.

Non è obbligatorio sciropparsi tutta la registrazione naturalmente: al minuto 37:50 trovate interessanti dichiarazioni di Giorgia Meloni, ex ministro della Gioventù, riguardanti il consigliere comunale del Pdl Emanuele Locci. Ognuno è libero di condividerle o meno. E’ un fatto però che Locci non molla, e che in quel che resta del Pdl alessandrino la resa dei conti sembra soltanto rimandata. A quando?

C’era una volta la banca del territorio

Al di là delle rassicurazioni di facciata, tira aria sempre più fredda (e non è condizionata) su quel che è rimasto della vecchia Cassa di Risparmio di Alessandria. Le cronache ufficiali le conosciamo tutti: fino alla recente fusione per incorporazione con la Banca di Legnano, e alle inchieste giudiziarie che coinvolgono la capogruppo Bpm (Banca Popolare di Milano), con arresto dell’ex presidente Massimo Ponzellini, tutt’ora ai domiciliari.

Nei giorni scorsi c’è stata poi la lettera inviata dai vertici del gruppo bancario milanese (il seduttivo presidente Andrea Campanini Bonomi e il ceo, o consigliere delegato, Piero Luigi Montani) a tutti i dipendenti, con la quale si annuncia il rinnovamento totale, per cui ad esempio “grazie agli sforzi sul fronte del sistema di gestione e di controllo della Banca, certi episodi avvenuti in passato – sia sul fronte delle operazioni svolte dalla Banca sia su quello dei prodotti offerti alla clientela – non si ripeteranno, e i nuovi presidi ci aiuteranno in questo senso”.

Peccato che le valutazioni (ufficiose e in camera caritatis) di non pochi dipendenti vadano in direzione assolutamente contraria, e che in tanti a livello di gruppo stiano aspettando con una certa apprensione di conoscere i dettagli del nuovo piano industriale, annunciato per metà luglio.

A noi, naturalmente, preme innanzitutto, da inguaribili provinciali, la situazione
del nostro territorio. E qui quel che emerge, dialogando con chi sta dentro “la macchina”, sono sconforto e sorrisi di rassegnazione. Gira voce che, da quando il marchio CrAl ha smesso (nonostante le rassicurazioni della vigilia) di comparire sulle comunicazioni indirizzate alla clientela, non pochi “affezionati”, soprattutto retail, abbiano deciso che non c’era motivo per continuare il percorso con una banca locale che tale non è più, e che fa parte di un gruppo fra i più “chiacchierati”. Tempi duri per i banchieri, lo so. Ma quelli che alla fine rischiano di rimetterci di più, alla fine (oltre ai clienti, ça va sans dire) sono mi sa i poveri bancari: altro che le dichiarazioni d’amore della Littizzetto, che pure risalgono soltanto ad un pugno di anni fa.

Ma restiamo sulla Banca di Legnano: si dice in giro che a fine anno la stessa (e quindi anche gli sportelli CrAl) sarà definitivamente inglobata dalla capogruppo, e che quindi tutte le filiali diventeranno “tout court” Bpm.  Vero o illazione?

“Guarda che è già successo alla Cassa di Risparmio di Tortona, e a tante altre: alla fine non è quello che interessa davvero ai clienti”, mi dice un’amica che ne sa. Bah…però se a questo si accompagna un progressivo distacco dal territorio, e l’incapacità di prendere in loco anche la minima decisione discrezionale a supporto di questo o quel cliente o progetto, forse forse i conti non tornano.

Ma la Fondazione CrAl, in tutto questo processo, che fa? Sta alla finestra, lavora su progetti alternativi o che altro? Ricordate ad esempio l’accordo sulla “recuperabilità” del marchio in caso di sua dismissione da parte di Bpm, e l’ipotesi, accantonata ma mai del tutto abbandonata, di una banca di territorio targata Alessandria e Asti? Non è che adesso che si torna  a parlare anche di provincia unica il progetto potrebbe tornare di attualità?

Di certo oggi anche l’immagine della Fondazione CrAl è sbiadita, e non sono pochi a ritenerla un “buen retiro” per politici in parcheggio, e leva utile soltanto ad un gruppo di amici, o amici di amici.

Sicuramente in altre realtà (la stessa Asti, o Cuneo) da parte della popolazione (o di gruppi e strati della stessa) sono arrivati segnali del tipo “la Fondazione è nostra, sia più aperta e trasparente”. Gli alessandrini invece, fatalisti o rassegnati che siano, tendono a pensare “la Fondazione è roba di pochi, che ne fanno quel che garba loro: da sempre”.  E’ solo un luogo comune, o c’è del vero? Ed è pensabile che si imbocchi un percorso diverso per il futuro?