Come si vive ad Alessandria?

Come si vive ad Alessandria? Lo hanno chiesto nel weekend a me e al mio amico Andrea alcuni conoscenti durante una cena di lavoro in riviera. E la tentazione di partire con il cahier de doleance, il dissesto del Comune, la città di anziani, i laureati che emigrano ecc ecc ci è pure venuta. Salvo poi scoprire che tutta l’Italia è paese,e che in Liguria (eravamo in provincia di Savona) non stanno poi messi tanto meglio di noi. Anche se il mare e certi borghi medievali per chi sta in fondo alla campagna sono già sinonimo di vacanza e benessere, a prescindere.

Ieri, poi, ho letto un articolo su come è cambiata Alessandria nell’ultimo decennio, e ne ho ricavato parecchie perplessità. Non sto naturalmente a mettere in discussione l’affidabilità dei diversi indicatori utilizzati per misurare la qualità della vita in città o in provincia (e sono due cose abbastanza diverse, a ben pensarci), ma credo di poter affermare che dalle nostre parti, in dieci anni, è certamente diminuita la qualità percepita.
Oggi insomma sono davvero pochi gli ottimisti ad oltranza, disposti a dire che nel nostro territorio si vive bene, e soprattutto che ci sono ragioni per confidare in miglioramenti futuri.

E questo, badate bene, per quanto oggettivamente sia impossibile affermare che viviamo in una zona particolarmente pericolosa, o ricca di stress, o in cui mancano oasi naturali apprezzabili.

Certo, l’inquinamento c’è, anche se ho l’impressione che le sue forme più gravi (legate ad attività industriali estremamente nocive e storicamente “trascurate”: e non penso solo all’Eternit di Casale Monferrato) siano spesso sottovalutate. E naturalmente mancano le opportunità per le persone a più elevata qualifica professionale, tanto che sempre più per i giovani laureati l’emigrazione (di lungo periodo) diventa opzione necessaria.

Ma ciò che oggi ci spinge a dire, se ci troviamo altrove, “amo Alessandria, ma è una città oggettivamente brutta e senza prospettive” è soprattutto la percezione di una città, e di un territorio, a cui manca lo scatto di entusiasmo, il balzo in avanti, l’idea di un futuro migliore.

Di chi è la colpa? Di tutti, naturalmente. Non è che possiamo sempre “tirarci fuori”, e scaricare ogni responsabilità su una classe dirigente, pubblica e privata, raramente adeguata. Adeguata a cosa, chiediamoci semmai. E se non ci piace, via via sostituiamola. Ma convinciamoci che il futuro non è mai scritto in anticipo, e può davvero essere modificato “in meglio”, se ci crediamo davvero. Altrimenti non resterebbe che migrare, o ciondolare ignavi da mattina a sera. E ci meritiamo di più.

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