Palazzo Rosso e partecipate: c’è un progetto per il futuro?

Alessandria è nel caos. Venerdì sera/notte  la città festeggerà il Capodanno estivo, una bella iniziativa che avrà, credo, anche quest’anno il successo che merita, “cadendo” peraltro all’inizio del week end. Ecco, sarebbe bello pensare che, con settembre, comincia una nuova epoca, e si riparte davvero da zero. Ma è maledettamente difficile, e assolutamente infantile, contarci.

Invece, la fine dell’estate esaspererà tensioni e difficoltà: lavoro privato scarso, edilizia in crisi (e sappiamo che, in un territorio che non si distingue per capacità di innovazione, è sempre stata l’edilizia a “dare il ritmo” al resto del tessuto economico), fabbriche in affanno e non poche volte inquinanti.

Fino a qualche tempo fa, si diceva: meno male che ci sono le pensioni, e il pubblico impiego. Oggi sappiamo qual è la situazione di Palazzo Rosso e dintorni, che rischia di essere la punta di un iceberg.

Lì, ogni giorno ormai è un terno al lotto, e purtroppo un rincorrersi di slogan e un rimbalzarsi le colpe. Giochino sterile, che non porta a nulla.

Ieri però ho letto una frase che mi ha colpito, attribuita alla sindaca Rita Rossa: “Abbiamo idea di come rilanciare Amiu e le partecipate, ma ci occorre tempo”. Magari fosse vero, anzi speriamo che sia così. Quel che serve al sistema Comune, e a tutta la città, è oggi infatti assolutamente un progetto di futuro. Che non è emerso (da nessuna parte) durante una campagna elettorale tutta giocata sugli attacchi agli avversari, e sul fantasma del dissesto. E di cui non si è vista traccia neppure nei primi cento giorni di mandato della nuova amministrazione. Va detto che, oltre ai due mesi di caldo estivo, si sono presentate alla porta di Palazzo Rosso così tante emergenze, che naturalmente la sindaca e la giunta sono partite subito in apnea, e sotto pressing costante.

Ora, però, vogliamo capire qual è il progetto. Perché è chiaro che, ad una situazione disperata, si deve rispondere con soluzioni “tampone”, immediate. Ma senza un disegno di ampio respiro non si va da nessuna parte.

Solo cinque anni fa Fabbio parlava di privatizzazioni, di valorizzazione delle eccellenze, di investimenti anticiclici di tipo keynesiano, di piano strategico e skyline della città. Al di là delle ironie, e delle partigianerie, è evidente che il fallimento di quel progetto è stato decretato da un lato dagli elettori, dall’altro dalla Corte dei Conti. Punto e a capo.

Oggi, però, qual è il progetto di Rita Rossa, e del centro sinistra? Io non l’ho ancora capito, il resto degli alessandrini non saprei. Se c’è, forse va enunciato con maggior chiarezza. E’ un modello assistenziale diffuso, per cui si dice a Roma “aiutateci, come fate con la Sicilia e con Napoli?”. Per ora questo ho percepito, e ho l’impressione che sia roba vecchia persino per il Sud, ormai. Ragionamenti da Prima Repubblica, quando c’erano gli americani che ci mantenevano tutti quanti, e Craxi ci raccontava che eravamo la quinta potenza industriale mondiale, mentre dispensava baby pensioni e titoli di Stato con super interessi. Vi ricordate? Che pacchia, vero? Io ho sempre davanti agli occhi Andreotti, il più dritto di tutta la compagnia, che alla caduta del Muro, mentre i suoi compari esultavano come se avessero vinto il superenalotto, diceva “è finita”, sottintendendo cretini. Ma il divo Giulio, si sa, ha sempre messo tutti nel sacco.

Dubito però che oggi i tedeschi o l’Europa intera siano disposti a sfamarci ad oltranza, e per conseguenza che Roma possa farsi carico dei fallimenti della finanza comunale alessandrina. E men che meno del nostro futuro.

Quindi che si fa? Gas, acqua, rifiuti, servizi socio assistenziali ed educativi sono la mission, l’essenza di un comune. Ma vanno organizzati in un modello efficiente e sostenibile. Quello alessandrino (che arrivò ad avere credo 2 mila dipendenti: oggi a spanne mi pare siano circa 1.600, dopo qualche privatizzazione e la chiusura di una serie di rapporti a tempo determinato, consulenze ecc..) non lo è, evidentemente.
Verrà riorganizzato, e reso finanziariamente sostenibile, senza “prosciugare” le risorse dell’intera comunità? Speriamo di sì, e chiediamo di sapere come.

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