Grigi: la politica prende le distanze?

Ai lettori di questo blog, lo abbiamo già constatato in passato, il calcio e i Grigi, che ne sono il simbolo principale in provincia, interessano poco. E tuttavia tra le aziende del territorio in crisi sembra esserci, nuovamente, anche l’Alessandria calcio, per cui interessarcene ogni tanto è doveroso.

Nei giorni scorsi, come nell’aria da tempo, si è dimesso il presidente della società, il commercialista Maurizio Pavignano. Che secondo i bene informati starebbe per assumere l’incarico di liquidatore di una partecipata di Palazzo Rosso, e comunque che di mestiere faccia il commercialista, e sia socio dell’assessore Pietro Bianchi, ad Alessandria lo sanno anche i sassi.

Nella storia dei Grigi, peraltro, nell’ultimo anno e mezzo la figura del presidente è sempre stata affidata a figure  tecniche, in mancanza di un “patron” o grande timoniere alla Amisano o Gianni Bianchi. La meteora Veltroni lasciamola perdere, per carità. Oggi c’è un azionista di maggioranza, che è Gianluigi Capra. Il quale però, anche in una recente intervista,
ha avuto modo di chiarire a quali accordi e condizioni accettò di essere coinvolto nel progetto di salvezza e rilancio dei Grigi. Ossia: doveva trattarsi di un gioco di squadra (anche e soprattutto sul piano finanziario), mentre Capra lamenta di essere stato lasciato solo, e non ci sta, adducendo motivazioni trasparenti e, tutto sommato, più che condivisibili. Quale imprenditore, di questi tempi, sarebbe pronto a finanziare in perdita, e ad oltranza, un progetto sportivo, trascurando al contempo le proprie aziende? Probabilmente chi lo facesse sarebbe da considerare un incosciente, o quanto meno un eccentrico.

La sostanza, comunque, pare essere un nuovo, grande punto interrogativo sul futuro dell’Alessandria calcio. Che, badate bene, è realtà che interessa ad una minoranza della città. Esattamente come il teatro, per dire: solo che sono due minoranze diverse, e non so come mai quella sportiva sembra sapersi far ascoltare di più di quella culturale, chiamiamola così.

E la politica che fa? L’impressione è che, dopo non poche fregature (si chieda ai sindaci Scagni e Fabbio) la politica stia prendendo le distanze dai Grigi, e non li consideri più (al contrario di un anno e mezzo fa, quando Rita Rossa e Paolo Filippi furono, si disse, decisivi nelle operazioni di salvataggio) una priorità per il territorio.

Del resto, se guardiamo alle emergenze quotidiane che tutti ben conosciamo, appare difficile sostenere il contrario. Alessandria, dunque, è destinata a perdere la propria squadra di calcio? Speriamo sinceramente di no, e che davvero ci sia qualche imprenditore di livello intenzionato a farsi avanti, raccogliendo l’appello di Capra e degli altri soci. Ma certamente è arrivato il momento di fare, anche nello sport, il passo lungo come la gamba, e di predisporre stagioni sportive finanziariamente sostenibili. Magari proponendo anche un modello di azionariato popolare diffuso, che consenta davvero di verificare quanti, tra gli appassionati o i sedicenti tali, siano disposti a mettere mano al portafoglio per garantire all’Orso Grigio di ruggire ancora (sempre che l’orso ruggisca: a qualche esperto di animali di indicarci il termine più preciso).

Produci, consuma, crepa: l’asse Taranto Alessandria

E’ occasione troppo ghiotta, la concomitanza tra caso Ilva e processo relativo al polo chimico alessandrino, per non tornarci su con un supplemento di riflessione.

Nel caso del colosso delle acciaierie, mi sembra che tutta la classe politica sia “schiacciata” sulla dimensione economica della vicenda. Business batte salute 4 a 0 insomma, e palla al centro. Tutti a pensare a decreti d’emergenza che consentano, in sostanza, di mettere la museruola ai giudici, e nessuno o quasi che affronti seriamente la dimensione sanitaria della questione. Che, se i dati diffusi in questi giorni sono affidabili, appare gravissima: e non solo per chi lavora nel complesso industriale, ma per tantissimi cittadini che hanno solo la sventura di abitare nella vasta area a rischio.

Certo, sulla carta siamo tutti per avere botte piena e moglie ubriaca: quindi massima occupazione, profitti rilevanti per la proprietà, salute completamente tutelata per lavoratori e popolazione. Ma questo triangolo “perfetto” sembra assai lontano dalla realtà di Taranto. Città ostaggio dell’Ilva, e del ricatto eterno a cui sono sottoposti i suoi  lavoratori: o stipendio con annessi i rischi  sanitari, o la strada.

Sarebbe ovvio attendersi,  di fronte ad una situazione così drammatica, uno scenario sociale molto “spaccato”, con i diversi soggetti (politici, civili, sindacali ecc..) a barcamenarsi tra l’incudine della salute e il martello del business. Ma il pendolo è tutt’altro che in  equilibrio, mi pare.

C’è un governo appiattito sulla seconda voce, con un ministro dell’Ambiente (per caso), tale Clini, che ha sbagliato clamorosamente dicastero, mentre il “nostro” Balduzzi, ministro della Salute, riconosce “criticità sanitarie permanenti”, ma poi se la cava con soluzioni un po’ cerchiobottiste: “Il governo ha sempre detto che ambiente, salute e sviluppo devono stare insieme, e questo è l’impegno di tutti”. E del resto non sta a lui proporre soluzioni sul fronte industriale, ma piuttosto tracciare un quadro clinico esaustivo.

E sulla stessa linea del “lavoro ad ogni condizione” sembra stare anche buona parte dei partiti cosiddetti progressisti, e dei sindacati. Ma anche gli stessi lavoratori del complesso industriale.
Con un fronte così ampio e compatto, non resta che ordinare ai giudici di occuparsi d’altro (non sarebbe la prima volta), e tornare a tuffarci nelle primarie del centro sinistra, o a scrutare le intenzioni politiche di Berlusconi. Che dite?

Sul fronte alessandrino, la rimozione della società civile (oltre che dei partiti e dei sindacati) rispetto alle emergenze del polo chimico ha notevoli similitudini con Taranto. Del processo in corso si parla senza enfasi, quasi come di un iter burocratico che va comunque espletato, ma che è lontano dalla realtà dei fatti.

E purtroppo è davvero così, perché se provate a parlare in città ad esempio della questione  cromo esavalente, o dei pesci della Bormida che cambiano sesso per alterazioni genetiche, o di nasi bucati e lamiere corrose (figuratevi i polmoni), gli alessandrini sono o annoiati, o addirittura infastiditi. Ed esercitano il loro diritto all’inconsapevolezza, e alla rimozione. In questo peraltro assecondati da un sistema di media locali più interessato a dare grande enfasi ai premi di certificazione ambientale o di sicurezza (spesso erogati “en amitié”) che ad affontare tematiche assai più gravi e sostanziali. Ma “produci, consuma, crepa” non doveva essere un modello economico culturale ormai superato?

Attenta Ilva, o si riuniscono i sindaci….

Son così tante le emergenze che coinvolgono il nostro territorio (in ordine sparso: Amiu, Aspal e partecipate comunali alessandrine tutte, ma pure i Grigi, e l’Ilva, e troppo altro) che qualche volta la voglia di parlar d’altro viene, per forza. Oppure di tacere, ma non si può.

Torniamo, allora, su questa devastante vicenda dell’Ilva di Taranto, ma anche di Genova, e di Novi Ligure.

“Ma come, lì non fate nulla?”, mi ha detto ieri al telefono un’amica genovese, “qui si sta scatenando il finimondo!”. “Va beh, Genova è terra di portuali, di camalli e di  lotte, dai”, le ho risposto. E poi ho chiesto a colleghi più informati di me come Novi si stesse attrezzando alla “madre di tutte le battaglie”.

E questo, non ridete please, è quanto è emerso ieri pomeriggio: “I Sindaci di Novi Ligure, Lorenzo Robbiano e di Racconigi, Gianpiero Brunetti, hanno concordato che, nel caso l’incontro di giovedì prossimo a Roma non dovesse portare risultati positivi, promuoveranno una riunione dei Sindaci delle città in cui hanno sede gli stabilimenti Ilva”.

E se fanno una riunione questi qui, signori dell’Ilva, tremate perché davvero non ce n’è più per nessuno!

Ironie a parte (strameritate però: non si possono fare comunicazioni del genere, dai. Meglio un dignitoso silenzio), come non sottolineare che, a noi della provincia alessandrina, le emergenze ambientali ci fanno un baffo, ma pure di fronte ad eventuali licenziamenti di massa sappiamo prenderla calma, e filosofeggiarci sopra?

Lo so, quella della proprietà Ilva è una strategia ricattatoria, che troverà qualche soluzione politica conveniente per tutti (tranne che per i morti di ieri, di oggi e di domani, si intende). C’è pure chi, in quel caleidoscopio di news vere e false e di opinioni in libertà che è facebook, lancia ipotesi complottistiche di passaggi di proprietà prossimi venturi, per cui questa operazione sarebbe finalizzata ad abbassare il prezzo del gruppo industriale.

Sia come sia, a noi basterebbe che, per una volta almeno, si spezzasse il circuito perverso “se vuoi lavorare taci, e se ti ammali arrangiati”, e che la dignità dei lavoratori non fosse posta come alternativa al diritto alla salute di intere comunità territoriali. E chi pensa che ci riferiamo soltanto all’Ilva si sbaglia di grosso! Ma è un tema, lo diciamo spesso, che qui da noi appassiona meno del taglio di 50 centesimi ai buoni pasto degli impiegati comunali. E chi è causa del suo mal…

A quando la marcia dei camici bianchi?

Ormai siamo al contagio. Non chiedetemi come sia stato possibile non prevederlo, perché non so spiegarmelo. Ma la macchina pubblica italiana ha scoperto, in questa seconda metà del 2012, di non avere più le risorse per stare in piedi, erogare servizi, e addirittura pagare stipendi. Siamo partiti da casi marginali (sia pur a noi ben noti) come comuni in dissesto e simili, ma basta guardare all’emergenza delle Province, o alla Regione Piemonte in pre bancarotta (ma che non si dica, per carità), per capire che il fenomeno non è marginale, ma strutturale. E sta dilagando.

Nel mentre, il governo si lancia in proclami ottimistici poco credibili  (“la ripresa partirà nel 2013”, ma nella seconda metà si intende: prima votate italiani, e votate bene..), e in altrettante smentite (“ma no, la ripresa non ci sarà prima del 2015”).
E, naturalmente, i tecnici fattisi politici ne hanno assunto immediatamente i difetti più gravi, tipo non spiegarci assolutamente  in cosa consisterebbe la ripresa, e in base a quali indicatori oggettivi e misurabili se ne parla. Insomma, il catastrofismo non paga, ma neppure raccontare frottole ad oltranza, sperando che si autorealizzino, mi pare possa essere una strategia credibile. O no?

Ma torniamo alle risorse pubbliche: la Regione Piemonte ha smesso da mesi di adempiere ai suoi obblighi verso le periferie. Naturale: quando il soldo si fa insufficiente, pensi prima alle strutture centrali, e tagli il resto. Così zero trasferimenti al trasporto locale (sopravvissuto fino ad oggi grazie agli anticipi delle Province), parchi e riserve naturali che dichiarano “sopravviviamo grazie alle banche, ma fino a quando?” e soprattutto allarme sanità.

Eh già, perchè Regione significa in primo luogo ospedali, Asl, assistenza territoriale. E anche su quel fronte l’allarme è ormai forte: accanto ai ritardi consolidati nel pagamento dei servizi alle cooperative e ai fornitori in generale (a cui peraltro si impongono continui tagli di  budget nel rinnovo dei contratti, che incideranno sulla qualità dei servizi), ora cominciano ad emergere le voci sulle difficoltà a pagare gli stipendi al personale in organico. Vedremo presto in piazza anche medici, infermieri e personale sanitario al completo? Si avvicina la marcia dei camici bianchi? Tanto per fare qualche numero, la Asl provinciale di Alessandria, con i suoi oltre 4.000 dipendenti, è la più grande azienda del territorio. E L’azienda ospedaliera Santi Antonio e Biagio di Alessandria è un’altra primaria realtà, centrale per la vita di tutta la collettività alessandrina. Se andassero in sofferenza strutture simili, quali pesantissime conseguenze dovremmo subire tutti noi, a partire dai malati e dalle loro famiglie?

Ho l’impressione che lo stato di salute dei palazzi del potere pubblico torinese sia stato finora un po’ troppo colpevolmente trascurato dai media. Teniamo d’occhio la Regione Piemonte, che significa in primis sanità pubblica!

Primarie da record: il centro sinistra esulta! E al ballottaggio?

Il popolo di centro sinistra c’è ancora, e ha risposto presente. Quasi 4 milioni di votanti, di questi tempi in Italia, sono un  exploit di fronte al quale togliersi il cappello, comunque la si pensi. Una partecipazione che va ben al di là delle previsioni della vigilia non solo degli osservatori (tra cui chi scrive), ma probabilmente anche di molti addetti ai lavori dello stesso centro sinistra. Ieri un po’ovunque nel Paese si sono viste file ordinate e sorridenti di gente comune, che non possiamo liquidare come “truppe cammellate” o “militonti” (così le cativerie le diciamo tutte subito), ma che invece hanno l’aspetto di uomini, donne e tanti ragazzi e ragazze che credono ancora alla politica. A questa politica? Bah, qui si apre il dibattito, naturalmente, e ognuno può pensarla come crede.

Quel che è certo è che, domenica prossima, Bersani e Renzi se la giocheranno di nuovo “alla pari”, rivolgendosi entrambi anche ad un elettorato “esterno” al Partito Democratico: il segretario del Pd punterà in particolare sull’identità “di sinistra” più tradizionale, Renzi sui delusi post ideologici di ogni estrazione. Senza limitazioni per chi arriva da destra, e votò in passato Lega o Berlusconi. Sempre che, naturalmente, non si tratti di figure che hanno tuttora ruoli politici attivi: in quel caso, potrebbero essere rimandati a casa, come è successo ieri a Novi Ligure.

Da osservatore assolutamente imparziale, vi confesso che tremo un po’ all’idea di un’altra settimana di “colpi bassi” e battibecchi su facebook tra bersaniani e renziani: ma credo che questo ci toccherà, in attesa del ballottaggio.

Impossibile, e comunque prematuro, chiederci oggi come si comporterà lo sconfitto tra 8 giorni, e nei mesi a venire. Indubbiamente è auspicabile una prova di maturità, in un caso come nell’altro. Ma siamo in Italia, il Paese dei mille campanili, delle troppe correnti e degli infiniti gruppi di interesse, quindi massima prudenza.

E Nichi Vendola? C’è stato un momento, ai tempi delle vittorie dei sindaci Pisapia e De Magistris, in cui davvero il governatore delle Puglie sembrava in grado di costruire una forte alternativa di sinistra “non residuale”. Quel tempo pare oggettivamente lontano, e lo si era capito da un po’. Non che l’elettorato a sinistra del Pd sia scomparso, o si sia clamorosamente “contratto”: ma in tanti non amano l’alleanza con il Partito Democratico, e guardano ormai a Grillo come all’unica soluzione in grado di provocare un salutare (o no? lo vedremo) big bang del sistema.

Del centro destra qui invece non ha senso parlare, ci torneremo. Ma certamente, a fronte di primarie così “partecipate”, il rischio di mettere in campo, tra qualche settimana, una sbiadita fotocopia è assai consistente. Il confronto sarebbe impietoso!

 

Primarie, tutti al voto…o no?

Quanti di noi, in queste ore, si accingono a partecipare alle primarie del centro sinistra per individuarne il potenziale premier? Quello pre elezioni, si intende, giacché per il dopo c’è già pronto mister Monti, in base al nuovo rituale post democratico che abbiamo inaugurato un anno fa, e che magari non è gradito proprio a tutti, ma certamente “piace alla gente che piace”, e che conta.

Parliamo di primarie però. Che sono certamente un progetto, un rito, un evento tutto ascrivibile al centro sinistra, a cui ora a quanto pare anche un centro destra ormai privo di identità e progetti tenterà disperatamente di aggrapparsi. Niente di male, per carità: solo l’impressione che si vada a cercare di imitare un modello altrui, nel momento tra l’altro in cui anche presso la “casa madre” quel modello mostra la corda, e sembra ormai inadeguato.

Vadano come vadano, purché finiscano, queste primarie del centro sinistra. Non so voi, ma io di leggere bisticci, ripicche e battibecchi tra bersaniani e renziani su facebook mi sono davvero stancato. D’accordo, ai tempi di Prodi c’erano: il candidato unico (il professore, appunto), il grande nemico (Silvio), e l’entusiasmo per uno strumento nuovo, capace di riportare una vasta platea elettorale al rito della partecipazione. Era il 2005, e sembra un’altra era politica, vero?

Ma oggi? Vinca chi vuole, l’impressione è che di queste primarie di centro sinistra importi soltanto ad una minoranza della minoranza del Paese. Per non dire appunto di quelle di centro destra, che mi sembrano francamente un caravanserraglio un po’ da dilettanti.

Parliamoci chiaro: solo pochi anni fa Pd e Pdl erano straconvinti di essere ormai avviati verso una logica bipolare. Che, tradotto in politichese italico, significa che speravano di potersi spartire “a due” la torta del potere e degli incarichi, e di continuare a dividere gli italiani tra guelfi e ghibellini.

Ma non si sono resi conto, costoro, che quello che stavamo vivendo non era certamente bipolarismo: semplicemente gli italiani, per un po’ di anni, hanno trovato in Berlusconi il loro elemento cardine. Pro Silvio, o contro Silvio. Quanti ne avete conosciuti, negli anni, di elettori del centro sinistra che vi dicevano, “sì, noi abbiamo troppi difetti ma Berlusconi è peggio”? Io tantissimi: un po’ la versione della seconda Repubblica del “turiamoci il naso” di montanelliana memoria. Insomma, essere anti berlusconiani è stato il vero “collante” del voto di centro sinistra nella seconda repubblica.

Oggi però anche il Pd (e non solo il Pdl) deve fare i conti con un’emorragia di consenso da paura. Basta confrontare il numero di voti assoluti (non le percentuali, please) di qualsiasi competizione elettorale con la precedente “omogenea” per rendersene conto. Nel 2005, alle primarie che “incoronarono” Prodi come candidato premier, votarono 4 milioni e 311 mila italiani. Se domani si arrivasse alla metà, si parlerebbe di clamoroso successo di partecipazione. E a me questa capacità di mistificare la realtà (non mi si venga a dire che ci credono davvero, please: non quelli che attivano il meccanismo, almeno) fa davvero impazzire, mi diverte da matti.

La realtà è che Pd e Pdl, nati per alternarsi alla guida del Paese, oggi anche alleati (e attualmente lo sono, nel sostegno a Monti: ma con un consenso datato 2008) sarebbero minoranza nel Paese. Se qualcuno ha il coraggio di sostenere che questo non si chiama fallimento politico, parliamone.

C’è scritto su facebook!

Che Paolo Bruno, revisore dei conti del comune di Alessandria “in quota” centro destra, avesse alle spalle una condanna in primo grado per truffa immagino lo sapessero in tanti, fra gli addetti ai lavori. E la vicenda dei corsi di formazione “fantasma” era già uscita a suo tempo sui giornali.

Lasciamo stare qui il tema della liceità formale della sua nomina, e anche quello dell’opportunità di indicare il suo nome. Anche se, è ovvio, vien da chiedersi in che mondo vivano certi nostri politici, e se si rendano conto dell’aria che tira nel Paese. Forse non fino in fondo, a giudicare da certe scelte.

A me però la vicenda pare emblematica per un altro aspetto. Ossia: a sollevarla non è stato un giornalista, ma un esponente del Pd, il consigliere comunale alessandrino Mauro Cattaneo. Che dice di averlo saputo da un amico acquese (e conoscendo Cattaneo, gli credo. Pur segnalando che girano già ipotesi su “imbeccate” partite dallo stesso centro destra).

Ma ancora più interessante è “la tribuna” della denuncia: non il consiglio comunale, o un’apposita commissione (almeno da quel che ho capito io) ma il profilo facebook di Cattaneo, peraltro spesso ricco di riflessioni interessanti. E a seguire una e-mail inviata ad una lista di giornalisti locali, e forse anche ad operatori del mondo politico.

Anche in questo caso, come per molte esternazioni del presidente della Provincia Paolo Filippi, è dunque facebook a “dare la linea”, e i giornali (sia on line che cartacei) si limitano a fare da “tazebao” ai lanci partiti dal social network. Per non dire del consiglio comunale, dove le vicende vengono affrontate quando sono ormai “decotte”, e già ampiamente “digerite” dall’opinione pubblica. Almeno da quella che gravita in rete, con buona pace dei giornali cartacei, anche i più autorevoli, ormai ridotti a “ribattute” a beneficio di un target di anziani.

E. G.