Lavoro e disperazione

Vuoi continuare a lavorare? Sali sul tetto più alto (o sulla torre, o sul campanile), e spera che se ne parli. Ieri mattina ci siamo svegliati con la notizia di tre operai della Tre Colli di Carrosio barricati su un silos di trenta metri per chiedere di non perdere il posto di lavoro.

Un dramma a cui i media ci hanno ormai abituati, se non fosse che stavolta si parla di casa nostra, e non della disperata Sardegna o di qualche imprenditore che protesta di fronte ai palazzi del potere romano. La Tre Colli è azienda forse poco nota ad Alessandria, ma fa capo all’imprenditore Tarcisio Persegona, che ha tra i suoi successi la realizzazione dell’Outlet di Serravalle, per intenderci. Oltre a tanti altri centri commerciali in giro per l’Italia, e in parallelo un’importante attività nel settore oleodotti, gasdotti e costruzioni. Insomma, una realtà solida, ma evidentemente non immune dal vento della crisi.

Ma è la modalità della protesta ad essere efficace, e terribile. Perché ben esprime la disperazione di tanti lavoratori che non sanno più da che parte girarsi, per uscire da una spirale di crisi “di sistema” di cui sono le principali vittime, e che rischia di schiacciarli.

Colui che vive di solo lavoro è l’anello più debole della catena: il primo ad essere sganciato, in un Paese che è al top per le rendite (pensionistiche e finanziarie), ma tra i più deboli dell’intero Occidente sul fronte del sostegno ai disoccupati, e delle politiche di reale riqualificazione e re/inserimento professionale.

E’ un dramma che oggi riguarda milioni di persone che il lavoro lo hanno perso, e altre, soprattutto giovani, che non lo hanno mai trovato, e che con l’entusiasmo dell’età (e la rete sociale delle famiglie: l’unica che ancora funziona in Italia) si arrabattano in mille mestieri, tra libere professioni improbabili, abusivato e sogni irrealizzabili.

Ma ve la ricordate l’Italia del lusso pacchiano e ostentato dei tanti “berluschini” di qualche anno fa, assai più patetici e improbabili del già caricaturale originale? Io sì, e l’altra sera, guardando una fiction Rai con il sempre ottimo Neri Marcorè ambientata nell’Italia naif e solidale degli anni Sessanta (fra povertà e ottimismo verso il futuro) mi è venuto da sorridere su come i tempi cambiano rapidamente. Persino Briatore ora va in tv da Santoro, e fa dichiarazioni “filo Fiom”: poi però sta a Malindi, a costruire l’ennesimo paradiso artificiale. Mentre qui una presa di coscienza popolare in termini collettivi mi pare lontana, e ci si affida a singole urla di disperazione. Ma qualcuno le sente? E a qualcuno importa davvero?

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