Produci, consuma, crepa: l’asse Taranto Alessandria

E’ occasione troppo ghiotta, la concomitanza tra caso Ilva e processo relativo al polo chimico alessandrino, per non tornarci su con un supplemento di riflessione.

Nel caso del colosso delle acciaierie, mi sembra che tutta la classe politica sia “schiacciata” sulla dimensione economica della vicenda. Business batte salute 4 a 0 insomma, e palla al centro. Tutti a pensare a decreti d’emergenza che consentano, in sostanza, di mettere la museruola ai giudici, e nessuno o quasi che affronti seriamente la dimensione sanitaria della questione. Che, se i dati diffusi in questi giorni sono affidabili, appare gravissima: e non solo per chi lavora nel complesso industriale, ma per tantissimi cittadini che hanno solo la sventura di abitare nella vasta area a rischio.

Certo, sulla carta siamo tutti per avere botte piena e moglie ubriaca: quindi massima occupazione, profitti rilevanti per la proprietà, salute completamente tutelata per lavoratori e popolazione. Ma questo triangolo “perfetto” sembra assai lontano dalla realtà di Taranto. Città ostaggio dell’Ilva, e del ricatto eterno a cui sono sottoposti i suoi  lavoratori: o stipendio con annessi i rischi  sanitari, o la strada.

Sarebbe ovvio attendersi,  di fronte ad una situazione così drammatica, uno scenario sociale molto “spaccato”, con i diversi soggetti (politici, civili, sindacali ecc..) a barcamenarsi tra l’incudine della salute e il martello del business. Ma il pendolo è tutt’altro che in  equilibrio, mi pare.

C’è un governo appiattito sulla seconda voce, con un ministro dell’Ambiente (per caso), tale Clini, che ha sbagliato clamorosamente dicastero, mentre il “nostro” Balduzzi, ministro della Salute, riconosce “criticità sanitarie permanenti”, ma poi se la cava con soluzioni un po’ cerchiobottiste: “Il governo ha sempre detto che ambiente, salute e sviluppo devono stare insieme, e questo è l’impegno di tutti”. E del resto non sta a lui proporre soluzioni sul fronte industriale, ma piuttosto tracciare un quadro clinico esaustivo.

E sulla stessa linea del “lavoro ad ogni condizione” sembra stare anche buona parte dei partiti cosiddetti progressisti, e dei sindacati. Ma anche gli stessi lavoratori del complesso industriale.
Con un fronte così ampio e compatto, non resta che ordinare ai giudici di occuparsi d’altro (non sarebbe la prima volta), e tornare a tuffarci nelle primarie del centro sinistra, o a scrutare le intenzioni politiche di Berlusconi. Che dite?

Sul fronte alessandrino, la rimozione della società civile (oltre che dei partiti e dei sindacati) rispetto alle emergenze del polo chimico ha notevoli similitudini con Taranto. Del processo in corso si parla senza enfasi, quasi come di un iter burocratico che va comunque espletato, ma che è lontano dalla realtà dei fatti.

E purtroppo è davvero così, perché se provate a parlare in città ad esempio della questione  cromo esavalente, o dei pesci della Bormida che cambiano sesso per alterazioni genetiche, o di nasi bucati e lamiere corrose (figuratevi i polmoni), gli alessandrini sono o annoiati, o addirittura infastiditi. Ed esercitano il loro diritto all’inconsapevolezza, e alla rimozione. In questo peraltro assecondati da un sistema di media locali più interessato a dare grande enfasi ai premi di certificazione ambientale o di sicurezza (spesso erogati “en amitié”) che ad affontare tematiche assai più gravi e sostanziali. Ma “produci, consuma, crepa” non doveva essere un modello economico culturale ormai superato?

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