“Parlamentarie” centrosinistra: chi ha vinto, e chi ha perso?

Bersani PierluigiOra diranno che hanno vinto tutti, a cominciare dagli elettori. Il che è anche mezza verità, naturalmente. Però, come sempre, dalle “parlamentarie” (e dalle precedenti primarie) del centro sinistra escono in realtà vincitori e vinti. Ma quali?

Ha vinto, in primo luogo, il Pd. Il Partito Democratico esce dalla doppia liturgia (primarie più parlamentarie) con una centralità assoluta. Sia mediatica, che in quel che resta del dibattito pubblico: popolare, si sarebbe detto un tempo. Il Pd è l’unico vero partito organizzato di questo Paese, là dove un centro destra completamente annichilito da 5 anni di (mal) governo rimane aggrappato alla “macchietta” di Berlusconi, a questo punto però più carnefice che salvatore. Solo liberandosi definitivamente del Cavaliere, e passando attraverso almeno 5 anni di opposizione purificatrice, il centro destra italiano potrà tentare di diventare una cosa seria. Il che, badate bene, è assolutamente necessario, rimanendo l’Italia sempre e comunque un Paese a maggioranza popolare di centro destra, con rappresentanza politica allo sbando. Di Monti (altro uomo di destra, ma elitaria, attorno a cui si sta cercando di costruire un consenso artificiale e artificioso) e di Grillo abbiamo detto spesso, per cui rimaniano sulle Primarie del centro sinistra.

Dentro il Pd, e attorno a Bersani, ha vinto l’apparato del vecchio Pci, che regna sovrano praticamente ovunque, sia pure con un graduale e intelligente rinnovo generazionale. Doveva essere, il Partito Democratico, la sintesi delle culture del Pci e della Dc. Ma i cattolici sono rimasti  foglia di fico, con alcuni vecchi arnesi (Bindi, Fioroni, ecc: sempre quelli insomma) imposti con atti di forza, e nulla più.

Il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, sta tra i vincitori o gli sconfitti? Ha vinto, certamente, a livello personale, poiché ha imposto il suo nome praticamente in ogni casa italiana, e saprà capitalizzare la notorietà. Ha perso il suo progetto di rinnovamento non tanto generazionale (lì kronos e “la livella” faranno via via il loro corso), ma di metodo e approccio su tanti temi. Che questo sia un bene o un male, e che Renzi sia o meno di sinistra, è altra complessa questione.

Tra gli sconfitti di questa fase politica c’è sicuramente, invece, Nichi Vendola. Non più di due anni fa, e forse anche meno, Vendola sembrava davvero sul punto di riscrivere il percorso della sinistra italiana, e il Pd impaurito era in procinto di sfaldarsi al suo cospetto. Due anni fa, insomma, alle primarie tra Vendola e Bersani non ci sarebbe stata storia, ma a parti invertite. Oggi Sel si appresta a diventare niente più che un cespuglio del Pd, e magari ad esserne “fagocitata” nel corso della prossima legislatura. Mentre buona parte dell’elettorato potenziale di quell’area ondeggia senza convinzione tra movimento Arancione (un flop annunciato?), Grillo (ma senza crederci davvero) e astensione.

Poi ci sono le donne. E’ un successo avere imposto un’ampia quota rosa, con l’obbligo di votare necessariamente un candidato e una candidata alle parlamentarie? Solo apparentemente: il successo vero si avrà quando le donne faranno in massa politica perché ci credono (ma io continuo a pensare che, nella vita, spesso le donne stesse preferiscano fare scelte più qualitative), e quando gli elettori le voteranno perché le preferiscono agli uomini sul piano delle proposte. Nel frattempo, via libera a questo “giro” di “miracolate”, detto naturalmente senza astio, ma con oggettività: le prossime parlamentari del centro sinistra saranno tante, ma “diversamente elette”.

E a casa nostra? Le parlamentarie del Pd “incoronano” un politico di lungo corso come Daniele Borioli, con alle spalle esperienze importanti in Provincia e Regione. E con lui la casalese Cristina Bargero, che ha fatto un bell’exploit superando (e non so quanti se l’aspettassero) la favorita della vigilia, Oria Trifoglio. Un po’ di amarezza (ma anche porte ancora aperte: dipenderà dal risultato delle urne, e anche dalla distribuzione delle candidature tra Camera e Senato) per l’altro “uomo forte” del partito, il sindaco di Castelletto d’Orba (e vice segretario regionale del Pd) Federico Fornaro.

Solo “piazzati”, invece, i candidati renziani, che erano Germano Marubbi (ha fatto l’exploit, ma solo nel novese), Piero Mega, Cristina Mazzoni.

Da non dimenticare: alle primarie hanno votato in Provincia circa 18 mila elettori, alle parlamentarie 6622. Che comunque è il massimo coinvolgimento pre elettorale sperimentato ad oggi: i prossimi parlamentari dei 5 Stelle, per dire hanno raccolto un numero di preferenze personali estremamente esiguo (ma là votavano solo gli iscritti al Movimento, alle primarie del centro sinistra potevano partecipare tutti i simpatizzanti).

In ultimo, ma non per importanza, una riflessione sulla decisione di Paolo Filippi di uscire dal Pd. “Distacco” maturato nel tempo, e nell’aria da un po’. Con grande scelta mediatica, il presidente della Provincia si è guadagnato la scena proprio nel week end che (se fosse stato candidato) avrebbe potuto vederlo tra i vincitori delle parlamentarie. Filippi ha ampiamente chiarito le motivazioni politiche della sua scelta: “Il Pd se ne frega di noi e io me ne frego del Pd”, per sintetizzare la protesta sull’atteggiamento del Partito Democratico nei confronti degli enti locali. Ma naturalmente i percorsi politici sono fatti anche di legittime ambizioni personali, e di delusioni rispetto a scelte altrui. Certo, a posteriori fa un po’ sorridere che il Pd, dopo aver “scaricato” Paolo Filippi come possibile parlamentare del territorio (perchè è chiaro che se il partito lo avesse sostenuto con decisione Filippi si sarebbe candidato, e avrebbe vinto), pare abbia deciso di non candidare i ministri finti tecnici del finto governo tecnico di Monti. Ergo: è out (ripescato dal centro montiano?) anche quel Renato Balduzzi da mesi oggetto delle ironie e del sarcasmo del Presidente della Provincia.
Ma ora Filippi resterà presidente di Palazzo Ghilini per un altro anno? E il Pd lo sosterrà ancora, o gli toglierà la fiducia? Il presidente della Provincia parla di “forte senso di responsabilità”, ma poi non nega che “se il Pd mi molla, pazienza. Mi dimetterei subito probabilmente”. Ma per lasciare la politica, oppure….Torneremo a parlarne presto.

2012, addio senza rimpianti: e il 2013?

2013Chi l’ha detto che ad Alessandria e dintorni non succede mai nulla? Basterebbe, come controprova, provare ad immaginare di essere rimasti lontani (e dinsinformati) per un anno, e di rientrare ora.  Accidenti, se ne sono successe di cose in questo 2012. Gli archivi dei giornali on line (e anche un po’ i commenti e le analisi del nostro blog) sono una formidabile cartina di tornasole, come si diceva alle medie con la prof. di scienze.

Tutto è cambiato in peggio, direte voi. Ed è in buona parte vero, anche se non dobbiamo farci travolgere dal facile pessimismo di chi sta alla finestra, e attende il miracolo. Diciamo che molti nodi sono venuti al pettine, e altri stanno venendo. Era inevitabile, ed è certamente così, pur con diverse gradazioni di difficoltà, per tutto il Paese.

Un anno di governo Monti ha davvero salvato l’Italia dal baratro, se non altro per un mutato atteggiamento nell’Europa nei nostri confronti? Ad analizzare i dati macroeconomici del Paese, è evidente che solo il famoso e nauseabondo spred (leggi: indice di affidabilità dell’Italia per i mercati finanziari europei. Ma anche straordinario strumento di pressione antidemocratica, o post democratica) ha avuto un miglioramento. Tutto il resto è ulteriormente franato: dall’occupazione ai salari, dalle tasse ai massimi storici alle aziende che collassano.

Il nostro territorio (non solo Alessandria, ma tutta la provincia) paga un costo salatissimo allo “spirito dei tempi”. L’economia pubblica e parapubblica su cui in buona parte è stato costruito il “sistema Alessandria” non ce la fa più, e non è questione di solo dissesto di un ente. Per contro, l’economia vera, ossia quella privata in grado di produrre valore e ricchezza (e di mantenere anche quella pubblica: non scordiamocelo), ha retto finora solo grazie all’export, mentre anche nelle ultime settimane non sono mancati casi clamorosi di marchi storici (come Cerutti a Casale Monferrato) in tragica difficoltà. Per non dire di chi lavora come artigiano, piccolo imprenditore, libero professionista.

Allora va tutto male? Diciamo che, chi si fosse risvegliato dopo un anno (o anche  due) di sonno, troverebbe un territorio più “franoso”, e in preda all’incertezza. Non che le risorse private siano scomparse, per fortuna: Alessandria è pur sempre una delle province con il maggior risparmio pro capite, non dimentichiamocelo. Ma “il soldo” non gira più, e i capitali privati sono soggetti ad erosione (soprattutto fiscale, diretta e indiretta) non rapidissima ma neppure trascurabile. Il famoso ceto medio, che poi da noi significa piccola borghesia impiegatizia, ha un benessere generato per lo più da rendite e pensioni, mentre il reddito da lavoro (specialmente per le persone dai quarant’anni in giù) appare sempre più marginale. Ed è questo naturalmente l’aspetto più preoccupante: siamo passati in qualche decennio da un sistema sociale in cui a vivere di rendita erano pochissimi, ad un altro in cui la rendita (in forme diverse) è diventata un pilastro diffusissimo, una delle “travi” del nostro benessere.

Un modello, in fondo, per niente sgradevole. Però alla lunga insostenibile. Il punto è se sia possibile invertire, ad Alessandria come altrove, questa tendenza, senza arrivare alla demolizione dello stato sociale così come lo conosciamo. Perché, non scordiamocelo, accanto a chi vive di rendita c’è comunque una fascia sempre più ampia di popolazione che arranca, e che già oggi fa fatica ad immaginare il proprio futuro, e quello dei propri figli.

Insomma, urgono statisti, e forse anche qualche “visionario” capace di generare un nuovo ciclo virtuoso. Non puntando però su istrionici personalismi (ne abbiamo conosciuti anche troppi), ma su processi e progetti collettivi e condivisi che, anche sul nostro territorio, sappiano rimettere in moto un circuito di risorse finanziarie e competenze umane che ci sono, eccome.

Se questi spiriti illuminati (non ciarlatani, attenzione, ma portatori di idee concretizzabili) ci sono battano un colpo: in questo 2013 che va a cominciare, ne sentiamo davvero il bisogno!

Monti al 20%? Esageruma nen…

Monti pugni chiusiMonti è già al 20% in un sondaggio riservato, dice Repubblica. Forse intendono riservato ai suoi simpatizzanti, e a quelli di Montezemolo. Eddai, siamo seri. Da adesso fino al 24 febbraio tutti i grandi media saranno impegnati in un’opera di propaganda/disinformazione che, però, deve stare attenta a non scadere nel ridicolo. Ok, la profezia che si autoadempie è una teoria che ha le sue bravi ragioni e fondamenta: ossia, basta ripetere con ossessiva meticolosità che un certo fenomeno è in atto (es: Berlusconi al 40%, Monti già al 20% senza neanche la lista, ecc) perché la parte più fragile e meno strutturata del target di riferimento (nel caso specifico, noi elettori) si adegui.

Però esageruma nen. Non so voi, ma io in giro con la gente comune ci parlo, più che posso. E constato ad esempio che tutti seguono le esternazioni del Berlusca, ma per riderci su. Compresi tanti suoi ex elettori. Riconoscendo che una sua nuova premiership sarebbe il modo più divertente per finire in bellezza. Ma per finire, appunto. Berlusconi oggi è un divertissment, e guai a chi ce lo tocca. E ogni tanto dice anche verità sacrosante: ma da lì a rivotarlo…

Monti, poi, ha un carisma personale semplicemente non pervenuto. E’ un profilo assolutamente antipopolare, e hanno un bel pedalare i grandi giornali in suo soccorso. Gli italiani quel che sanno di lui è che in questi 12 mesi ha applicato la ricetta di qualsiasi onesto commercialista di provincia: più tasse, Imu e benzina, in pensione più tardi, massima salvaguardia per istituzioni finanziarie (banche, assicurazioni ecc) e patrimoni immobiliari, immensi e al riparo, del Vaticano. Insomma, per affascinare noi plebe alle prese con lavoro precario e barcollante, e tasche sempre più vuote, ci vuole altro.

Bersani invece farà un ottimo risultato, perché ha davvero alle spalle un partito organizzato sui territori, e sinergie importanti con associazioni sindacali e anche imprenditoriali. Non ho ancora capito, francamente, come salverà l’Italia, al di là di un ricorso spinto alla cassa depositi e prestiti. Ma questo gli italiani quando vanno a votare mica se lo chiedono, siamo sinceri.

Però, badate bene, il grande trionfatore a fine febbraio sarà Beppe Grillo. Non ci sono santi, non c’è sputtanamento mediatico che tenga. Parlate con le persone comuni, quelle che non vanno alle primarie del centro sinistra e neppure sarebbero andate a quelle del centro destra, e capirete. Gli italiani stanno (magari poco serenamente, dato il contesto socio economico) aspettando al varco la classe politica dei furbastri fintamente contrapposti. Con la clava in mano. Non tutti coloro che voteranno 5 Stelle credono che sia la soluzione. E i più avveduti si rendono anche conto che se, per un accidente della Storia, fossero i grillini (si rassegnino: è un nome troppo evocativo) ad arrivare al premio di maggioranza, si troverebbe il modo di invalidare le elezioni. La democrazia, in certi Paesi, è sempre stata un’opzione con i suoi limiti. Grillo, insomma, non può governare. Ma trionferà alle urne: scommettiamo?

E. G.

Partecipate: la bolla è scoppiata

Bolla speculativaUn anno fa, di questi tempi, mi dedicavo con altri colleghi ad una serie di approfondimenti sul mondo delle aziende pubbliche provinciali, controllate dai diversi comuni del territorio (ma anche dalla stessa Provincia). Con felice intuizione, almeno per l’epoca, parlammo di  grande ragnatela, a significare una serie di intrecci e ramificazioni certamente leciti, ma anche spesso ridondanti, costosi e superflui.

Un anno dopo, è giusto ora parlare di grande bolla: che è scoppiata in tutta la  sua drammaticità, sia pur con esiti diversi, in buona parte ancora da misurare. Le bocce, insomma, stanno ancora girando, ed è presto per capire come finirà la partita delle partecipate. Di certo però, in rapporto allle dimensioni e al ruolo del nostro territorio, negli ultimi vent’anni non ci siamo fatti mancare nulla, e i politici e partiti della cosiddetta seconda repubblica (viva e vegeta: basta guardare ai candidati premier delle prossime elezioni politiche) hanno sognato in grande, già che c’erano. Moltiplicando aziende, partecipazioni societarie, consigli di amministrazione magari non miliardari, ma comunque con un dignitoso giro di “argent de poche” con cui qualcuno si è “fatta bella la casa”, come dice sempre un mio amico, acuto osservatore.

Ma qual è la situazione a fine 2012? Alcune realtà, come il Comune di Tortona, hanno risolto parte dei problemi di liquidità cedendo le principali partecipate a soggetti privati, vogheresi nella fattispecie. Alessandria invece naviga a vista, fra ipotesi di cessione di quote delle partecipate di Palazzo Rosso, e tanti punti interrogativi.

C’è, naturalmente, la questione del personale, che sta trascorrendo feste natalizie amare, e col fiato sospeso. Perché è chiaro che, quando si ristruttura, lo si con l’obiettivo di “razionalizzare”, per usare un tenue eufemismo. D’altra parte , anche a voler tralasciare le modalità “clientelari” (normali in questo povero Paese, persino in molte realtà private: mica per niente siamo messi come siamo) con cui buona parte del personale delle partecipate è stato selezionato nei decenni, c’è chi sostiene che in molti casi si tratta di stipendi assai “generosi”, superiori ai loro corrispettivi comunali insomma. E che le trasformazioni societarie consentiranno di rivedere anche l’aspetto retributivo.

Un po’ troppo trascurato, però, c’è poi il povero cittadino contribuente. Ossia la gran parte di noi tutti, che non solo dal Comune e dalle partecipate non ricaviamo reddito, ma invece agli stessi elargiamo contributi “forzosi” sempre più consistenti, a fronte di servizi sempre più  precari. Allora, van bene l’emergenza e la solidarietà, ma è chiaro che non è che si può pensare di “consolidare” un sistema in cui le famiglie “strapagano” in maniera diretta e indiretta i servizi pubblici, per poi ritrovarsi con i cassonetti in strada sempre stracolmi, le strade “a gruviera” e via dicendo.

Insomma, situazione molto incasinata. Si faranno avanti privati interessati al business di realtà come Amiu, Amag, Aristor, Atm e così via? Sul fronte rifiuti, è stato giusto “rottamare”, da parte dell’attuale amministrazione comunale alessandrina, l’accordo Amiu/Iren promosso dal tandem Fabbio Vandone un anno fa, per ritrovarsi ora a “rastrellare” sul mercato altre soluzioni, certamente a condizioni assai meno convenienti di quelle di allora?
E il trasporto pubblico su gomma (Atm, ma in fondo anche Arfea, che sta in piedi grazie ai finanziamenti regionale e provinciali) quanto costa realmente, nel suo complesso, a tutti i singoli cittadini? E’ possibile pensare ad una sua radicale ed efficiente riorganizzazione?

Tutti temi dei quali torneremo ad occuparci: a quarant’anni dalla loro nascita, le partecipate alessandrine sono certamente arrivate ad un bivio decisivo.

Il Natale dell’emergenza

Natale emergenzaE allora godiamoci questo Natale. Austero, e quanto mai carico di incognite sul futuro, a livello locale come nazionale. Penso in primis alle tante emergenze sul fronte lavoro, sia pubblico che privato, che mantengono nell’incertezza in provincia migliaia di famiglie, soprattutto naturalmente tra coloro che sono più vulnerabili sul fronte economico. Insomma, i poveri, tanto per cambiare. O coloro che rischiano di diventare, o ritornare, tali, a seguito di questa crisi, badate bene, molto italiana e assolutamente strutturale. Con la quale, insomma, dovremo fare i conti a lungo, riprogettando modelli di business (parola che, fateci caso, da un paio d’anni si usa con grande pudore, quasi timore) e stili di vita.

E qui, senza stare a fare nomi e cognomi almeno a Natale, decisivo sarà, nel Paese come ad Alessandria, il ruolo della classe dirigente, che è chiamata a mostrarsi finalmente degna di questo nome. Politici, imprenditori, intellettuali (altra categoria di desaparecidos, almeno per autorevolezza) se ci sono battano un bel colpo. Forte e chiaro. Senza però necessariamente “lisciare il pelo” a tutti, come invece ahimé credo accadrà da qui al 24-25 febbraio, data delle elezioni politiche.

Quel di cui abbiamo bisogno, a livello locale e come sistema Paese, non è una “restaurazione”, che torni a dispensare certezze in forma di piccoli e grandi privilegi. Anche perché, date le mutate condizioni strutturali, pare francamente impossibile. Serve però un progetto vero, credibile, condiviso. Che coinvolga politica, circuiti economici, società civile. Senza quello (e senza persone credibili: perché sono gli uomini e le donne che fanno camminare le idee) sarà davvero difficile che si verifichi qualcosa di diverso da un’agonia lenta, magari assistita, ma senza sbocchi. Ma sarebbe folle, perché questo Paese ha un sacco di energie, risorse, persone perbene, preparare e oneste. E’ il meccanismo che è “stritolante”, e che le colloca in posizione subalterna rispetto ad un intreccio di mediocrità diffusa e di interessi di parte. Spingendole di fatto alla fuga, o alla marginalità.

A me piace pensare che, prima o poi, la “spallata” però arriverà, e con lei un nuovo processo “costituente”, una rifondazione vera e necessaria. Sono un illuso? Forse, ma meglio così della rassegnazione!

Intanto buon Natale a tutti. Ci prendiamo anche noi due giorni di pausa. Salvo esternazioni “urgenti”.

Ma quale terza repubblica..

Monti perplessoSiamo seri, per favore. L’Italia non si appresta per niente a gira pagina, e ad entare nella cosiddetta terza repubblica. Archiviato un pietoso governo “tecnico” (termine davvero fuori luogo: quello di Monti è stato un governo iper politico, portatore dell’ideologia delle grandi banche in primis), torniamo alle urne. Rito che a noi italiani un po’ ci “ringalluzisce” sempre, questo è innegabile. Ma come ci torniamo? Dopo 5 anni fallimentari, in primis. In cui è vero che si è scatenata la crisi internazionale,  ma è altrettanto innegabile che alla stessa l’Italia ha risposto nel modo peggiore: qualunquismo, barzellette, ruberie generalizzate e ormai vissute dal popolo come “scontate”, nessuno straccio di riforma utile al Paese reale. E badate bene: chiunque abbia amici negli States, in Francia o in Germania sa benissimo che la situazione là per non nulla paragonabile alla nostra. Altro mondo, altre classi dirigenti e, sicuramente, anche altri popoli.

Del resto, quelli son Paesi che han fatto rivoluzioni quando è stato necessario. Noi, quando siamo in difficoltà, guardiamo al nostro passato glorioso (solo perché è passato, naturalmente) e restauriamo.

Come leggere, se non come una patetica fuga  verso il passato, la proposta politica complessiva con cui ci apprestiamo a confrontarci alle urne? Berlusconi e Bersani (in seconda fila, all’epoca: ma di quelle seconde file che contano quanto le prime) erano già lì nel 1994, mentre i leader politici francesi, inglesi o americani dell’epoca oggi che stanno facendo? Sicuramente attività importanti, ma del tutto “altre” rispetto ad allora. Qui, insomma, l’osso non lo molla mai nessuno, salvo poi dire che tanto si voleva scendere da cavallo, quando raramente si viene disarcionati. Ma siamo noi elettori, in fondo, a legittimare tutto ciò, perché nella nostra gran parte scegliamo sempre l’usato sicuro (va beh, sicuro di che decidetelo voi), e girar pagina non ci piace quasi mai.

Monti, a quanto pare, non si candiderà a guidare il Paese. Perché qualcuno, finalmente, deve avergli spiegato che, in una consultazione popolare, il suo appeal personale sarebbe simile a quello di una qualsiasi terza fila del Pd, o del Pdl. Quindi, chi glielo fa fare di farsi umiliare nell’unica consultazione popolare della sua vita? Ai vertici del sistema finanzario internazionale c’è da sempre, e come senatore a vita è a disposizione, sia per “risalvare” la patria in caso (probabile) di caos post elettorale, sia per salire al colle più alto in sostituzione di Napolitano.

E Berlusconi? Lui sta tenendo il Paese di buon umore, in un momento difficile, e quindi non lo crocifiggerei. Ma non corre per vincere, sa benissimo di non potercela fare. Corre per esserci, e per contare ancora. Il fantasma di Hammamet (magari in versione Malindi) e le aziende di famiglia in seria difficoltà sono comunque un doppio stimolo ad impegnarsi. E gli italiani sono un popolo generoso con chi ha saputo farli sognare, non dimentichiamolo.

Con il passo indietro di Monti, a restare col cerino in mano saranno i sognatori del grande centro, ridotti come sempre a tanti centrini? Sì, ma è tutta gente di mondo, capace di riallinearsi in un battito di ciglia, non temete.

Così stando le cose, è difficile immaginare uno scenario diverso rispetto ad una vittoria del centro sinistra. Anche perché il Pd rimane oggi l’unico vero partito organizzato, in possesso di una cultura politica e di un apparato rodato e funzionante. Le primarie per la premiership lo hanno ampiamente dimostrato,  e così sarà probabilmente anche per le “parlamentarie” di fine dicembre. Ma di quelle riparleremo.

Quindi, nel 2013 l’Italia si confronterà, in sostanza, con un’offerta politica simile a quella del 1994, con i 5 Stelle a fare da “aggregatore” del sempre più ampio elettorato di protesta, esattamente come fece la Lega vent’anni fa.

Sul tappeto, però, rimangono alcune piccole questioni, a margine del circo barnum elettorale: ossia crolla la produzione industriale, vola la disoccupazione, le previsioni di Bankitalia e del Fondo monetario sul futuro dell’Italia sono critiche. E noi come rispondiamo? Con l’Iva al 22% dal 1 gennaio, con la moltiplicazione dei balzelli locali (e noi ad Alessandria non ci facciamo e faremo mancare nulla) e con due mesi di battibecchi finto ideologici. In cui come sempre non capiremo gran che della proposta concreta di governo per i prossimi anni (forse perché non c’è?), ma ci divideremo fra tifosi sempre più scettici, e poco disposti a mettersi in gioco personalmente. Un po’ appunto come quegli appassionati di calcio che, ormai, allo stadio non ci vanno più, perché sanno che è tutto truccato, ma non rinunciano a guardarsi la partita in tv.

E bilancio fu: e ora?

Bilancio ComuneUn bilancio storico, punto di partenza per il rilancio di Alessandria, oppure un ulteriore passo verso il baratro? Ieri il consiglio comunale di Palazzo Rosso ha approvato (maggioranza di centro sinistra compatta a favore, Pdl astenuto, Cinque Stelle contrari. Sarti della Lega e Barosini dell’Udc assenti) il bilancio riequilibrato 2012, che tanto ha fatto sospirare, e discutere, per settimane.

Smentite le voci di corridoio dei giorni scorsi, che volevano qualche membro della maggioranza assai perplesso, e propenso a “marcar visita”. Il clima in sala consiliare, garantisce chi c’era e l’ha vissuto, era assai natalizio, da “volemose bene”. Il che potrebbe essere anche un altro segnale del fatto che la campagna elettorale (lunghissima, estenuante) è ormai definitivamente archiviata, e si va verso un clima di “presa di responsabilità” generale che del resto, di fronte al percorso che attende l’ente e la città, appare l’unica strada percorribile.

Attenzione: non illudiamoci che da gennaio gli scontri siano archiviati, e forse non è neppure auspicabile. Ognuno, anzi, deve fare con trasparenza la propria parte, e rappresentare interessi e punti di vista diversi. Sul fronte partecipate, ad esempio, la situazione è tutt’ora incandescente, e serviranno razionalità e sangue freddo per trovare soluzioni capaci di garantire la continuità dei servizi da un lato, e un livello occupazionale il più possibile ampio dall’altro. Poi c’è la questione cooperative. Da gennaio, tra l’altro, dovrebbe andare in vigore la normativa che prevede da parte degli enti pubblici i pagamenti delle fatture a 30 giorni.

Che non è proprio una bazzeccola: se l’attuale sistema si è “incartato” fino quasi al collasso in buona parte lo si deve all’insana usanza dei “pagherò” sine die, o a babbo morto. Naturalmente sulla normativa  già cominciano ad aleggiare interpretazioni ed eccezioni: speriamo non troppe, queste ultime, o saremo da capo.

Ieri, intanto, i precari della Provincia hanno lanciato l’ennesimo grido d’allarme, ormai simile al canto del cigno. Ad una qualche soluzione positiva sembrano non crederci neppure più loro, e francamente un governo che lancia slogan sulle proroghe dei contratti in scadenza, ma al contempo taglia costantemente risorse alle periferie sembra davvero irresponsabile. E’ evidente che gli amministratori locali hanno le mani legate, e che sarebbero i primi a voler evitare di mettere il loro “marchio” su riduzioni di organico di qualsiasi tipo.

Intanto, però, sarebbe bello sapere dai principali candidati premier quali siano le loro reali intenzioni sul fronte della razionalizzazione/riorganizzazione della pubblica amministrazione. Ad oggi, abbiamo ascoltato sono generiche promesse: “rilanceremo l’occupazione”, “toglierò l’Imu” e via dicendo.  Se ci spiegassero anche come, potremmo forse sperare di avviarci ad essere un Paese normale.

E. G.

ps: nella bella copertina d’epoca offertaci  dal geniale Molotov, ci sono due dettagli tutti da scoprire: la foto/marchio dell’autore, e un errore di battitura che rende l’opera ancora più unica. Quale? Via al blog quiz!