Non è la fine del mondo: ma molte cose cambieranno…

Fine del mondoSe non è la fine del mondo, come dicono in questi giorni molti lavoratori del comune di Alessandria, delle partecipate e delle cooperative, certamente poco ci manca, e il caos regna sovrano.

Del resto però, dopo mesi di “palleggio” e “melina”, mascherati da emergenza, era inevitabile arrivare al punto. Ora ci saranno tanti scontenti, e speriamo non troppi disperati. Però se non altro la questione della riorganizzazione vera della macchina comunale è nel piatto, e non la si può più eludere.

Nei prossimi giorni e settimane, tra messe in liquidazione di società, accorpamenti e piani industriali, vedrà la luce un modello di gestione della macchina pubblica locale che speriamo possa essere (al contrario di oggi) economicamente sostenibile, e in grado di erogare a tutta la cittadinanza servizi di qualità, a costi equi.

La sfida è riuscirci sacrificando al minimo i livelli occupazionali, e senza comunque lasciare nessuno per strada. E, speriamo, senza fare figli e figliastri.

Del resto, sfogliando qualsiasi giornale on line o cartaceo non si può far finta che attorno sia tutto a posto. E non si può non constatare che notizie drammatiche di chiusure o drastici ridimensionamenti di aziende private (ultimo caso, le Officine Meccaniche Cerutti di Casale Monferrato) fanno meno rumore del ritardato pagamento di uno stipendio comunale. E, senza voler stimolare la guerra tra poveri (so già che questa è l’obiezione), dobbiamo comunque ricordarci che i lavoratori hanno tutti gli stessi diritti ed esigenze, che abbiano o no vinto un concorso pubblico. Non solo: un territorio che non si batte per difendere il lavoro produttivo, e che pretende di campare di pensioni e servizi parastatali, cari miei, fa la fine che non a caso stiamo facendo.

Ma c’è un’altra categoria di lavoratori che in questi mesi ho imparato a conoscere un po’ più da vicino, e che mi pare particolarmente debole, poco rappresentata a livello mediatico, e forse non solo. Ed è quella dei soci/lavoratori delle cooperative.

Me ne sono occupato per AlessandriaNews, ho conosciuto numerosi protagonisti del comparto, sono stato anche “sul campo” a vedere, in particolare, qual è il lavoro che queste persone svolgono nell’ambito di comunità per minori, o nella gestione di case di riposo. E consiglio a tutti, se ne avete occasione, di fare lo stesso. Solo “toccando con mano”, infatti, si riesce ad intuire di cosa stiamo parlando. Un migliaio di lavoratori soltanto nell’ambito delle cooperative sociali alessandrine, tra cui molte persone svantaggiate. Stipendi non certo da nababbi. Motivazioni e, spesso, competenze assai elevate. E una serie di servizi essenziali per la cittadinanza. Eppure la situazione è quella che sappiamo, e all’emergenza finanziaria si affiancano qua e là segnali di insofferenza nei confronti del settore. Da parte dei dipendenti pubblici perché temono di poterci finire a lavorare, facendo un passo indietro sul piano delle garanzie contrattuali. E li posso capire. Da parte dei sindacati (o di qualche sindacato), invece, capisco meno questo scarso coinvolgimento nei confronti dei “cooperatori”. Quasi fossero lavoro “finto”, altro rispetto alle categorie da tutelare. Ma magari sono solo distratto: d’ora in poi osserverò meglio, e spero di cogliere segnali diversi. Senza dimenticare, peraltro, che la cooperazione non è solo quella sociale (oggi alle prese con i problemi maggiori), e che il settore non lavora solo con gli enti pubblici. Esistono la cooperazione edile, agricola, la grande distribuzione e altro ancora: insomma, un bel pezzo dell’economia del Paese.

Intanto, vediamo come evolve la situazione di diverse partecipate comunali alessandrine, che sono sul piede di guerra.

Tu chiamale, se vuoi, elezioni

Loghi partitiC’è poco da fare, siamo entrati in campagna elettorale, non solo su scala nazionale, ma anche dalle nostre parti. E anche se tutti o quasi sono pronti a negarlo, in queste settimane a sognare uno scranno da parlamentare sono davvero in tanti. Come per ogni sogno che si rispetti, in tanti si risveglieranno con un pugno di mosche, naturalmente. Ma chi siamo noi per negare un po’ di felicità a poveri infelici, che di amarezze ne hanno vissute non poche, e ancora ne vivranno?

Anche i sognatori, però, non sono tutti uguali. Quelli di centro destra, ad esempio, in questo momento sono più disillusi che creduloni, e sanno benissimo che potrebbero ritrovarsi con un pugno di mosche. Ma, soprattutto, intuiscono che sono ancora troppe le variabili in gioco, sopra le loro teste.

Sarà Berlusconi (con il suo nuovo “decalogo”, di cui già non pochi sorridono) a compilare le liste, o alla fine scenderà in campo Monti, e il Cavaliere farà un passo indietro? Su quest’ultima ipotesi io non ci scommetterei un soldino bucato: nel senso che, Monti o non Monti, Silvio in campagna elettorale ci sarà, eccome. Anzi, c’è già, e si diverte un mondo. Quindi rassegnamoci, o godiamocelo, a seconda degli stati d’animo. E gli aspiranti onorevoli del suo schieramento facciano i conti con l’evolvere dello scenario, prima di gettare la spugna, ma anche di illudersi.

Però, diciamocelo, fino a sabato la scena è tutta per il centro sinistra, e il Pd in particolare. E’ li che sono in corso le vere grandi manovre e, per citare il presidente della Provincia Paolo Filippi, “è l’apoteosi dei carneadi”. Non so se sia davvero “l’umiliazione della politica” (cito sempre Filippi), ma insomma davvero sembra un po’ un todos caballeros, in effetti. Altrove abbiamo già provato a capirci qualcosa, e lo scenario in realtà evolve di giorno in giorno, per cui domani sul settimanale Il Novese ci riproviamo, con qualche aggiornamento. Per poi naturalmente constatare sabato di avere “cannato” quasi tutto, ma a cuor leggero: è il vantaggio di non fare un mestiere tipo chirurgo, dove se sbagli fai dei danni veri.

In ogni caso: al di là dei singoli nomi, sarà interessante capire se prevarrà, in questi giorni, una logica di tipo territoriale (quindi Alessandria che evita la solita frantumazione, e cerca di tornare ad avere almeno un candidato vero e di peso, per arginare il tradizionale predominio dei novesi), oppure se continuerà il braccio di ferro tra bersaniani e renziani.

Ma c’è un’altra variabile, e sono le donne. A me questa menata delle quote rosa ha sempre fatto sorridere, perché ho sempre pensato che forse, se le donne sono numericamente così minoritarie in politica, è perché nella vita hanno parecchio di meglio da fare. Ma, se davvero il 33% delle candidature sarà riservato al genere femminile, ci sarà senz’altro spazio per qualche nome a sorpresa.

Certo però che il destino è beffardo: ci sono, a destra come a sinistra, persone che alla politica hanno dedicato un bel pezzo di vita, e che sono dotate anche di un background di livello (anche se molti di voi li etichettano come casta, tout court), ma che, per i casi della vita e lo spirito dei tempi, rischiano di restare al palo.

Ed altri, come qualche rappresentante dei 5 Stelle, che con poche decine di voti on line sono già praticamente certi di far parte del prossimo Parlamento. Tu chiamale, se vuoi, elezioni!

Alessandria, ieri: ma anche oggi!

Pessot libro copertinaLa crisi di Alessandria dura da quarant’anni. E da quarant’anni la politica ha le stesse facce, è in mano alle stesse famiglie. E’ questa la prima considerazione che ti viene da fare, dopo una lettura rapida ma attenta di “Alessandria, ieri: un passato ancora presente”.
Bel libro scritto dall’alessandrina Debora Pessot, che tra l’altro sarà presentato venerdì alle 17 nella Sala Lauree dell’Università Avogadro, a Palazzo Borsalino (via Cavour): se ci riuscite, fateci un salto. Ne vale la  pena.

Il volume, che ha una bella prefazione del prof. Maurilio Guasco,  è l’evoluzione di una tesi di laurea, ma scritto in modo avvincente, per nulla accademico o noioso. Si legge con piacere insomma, e il tema rappresenta, per tanti amici di questo blog, una sorta di pane quotidiano: si parla infatti di politica alessandrina, dal primo dopoguerra al 1997.  Un percorso fra cinquant’anni di vita amministrativa, sviluppo della città e crisi che mostra alcuni elementi di sorprendente ciclicità, e forse di immobilismo.

L’analisi del dopoguerra, e poi degli anni Cinquanta e Sessanta, rappresenta per chi non li ha vissuti una bella cavalcata di sintesi, fra nomi e progetti che poi spesso sono alla radice della contemporaneità cittadina. Sindaci come Giuseppe Moccagatta, Giovanni Porta, il “mitico” (e inossidabile: fu primo cittadino di Alessandria dal 1947 al 1964) Nicola Basile, Amaele Abbiati e Pietro Magrassi sono ormai un ricordo sbiadito nel tempo.

Ma è dal 1972, con l’ascesa a sindaco di Felice Borgoglio, che la vicenda si fa più coinvolgente. Nel senso che, davvero, analizzando emergenze e scontri, progettualità e lotte intestine, visioni e lotte di fazioni, si scopre che, negli ultimi quarant’anni (mica poco, no?), i problemi sul tappeto sono stati sempre pressapoco gli stessi, come pure le persone  (e le famiglie) chiamate, o autoconvocatesi, a gestirli e a (non) risolverli.

La crisi del tessuto produttivo, la disoccupazione crescente, la progressiva vocazione di Alessandria a trasformarsi in città di servizi (ossia tanti impiegati, in buona parte pubblici, e sempre meno creazione reale di ricchezza in termini di prodotto tangibile), nascono lì. Come lì, negli anni Settanta, nasce lo “slancio di modernità” di tutte quelle partecipate comunali (Amag, Amiu, Atm ecc) del cui futuro tanto si dibatte in questi mesi.

Fa quasi sorridere leggere del progetto di parcheggio sotterraneo in piazza Garibaldi, e non manca persino (e siamo nel 1973) un caso eclatante di watergate alla mandrogna, con intercettazioni telefoniche utilizzate come strumento di lotta politica locale.

Per chi gli ultimi decenni li ha vissuti come elettore, come osservatore o come “attivista” politico cittadino, il libro della Pessot è un bel tuffo nella memoria, ricco di aneddoti e ben contestualizzato nello scenario nazionale. Passano davanti agli occhi i protagonisti locali della vita politica della prima repubblica, e del primo lembo della seconda. L’analisi e i giudizi si fanno comprensibilmente più cauti a partire da Tangentopoli: anche perché i personaggi in questione sono ancora tutti più o meno in circolazione, sai com’è. E il libro si ferma al 1997, alla fine del primo mandato Calvo. Chissà se l’autrice vorrà cimentarsi, in futuro, anche con gli anni a noi più prossimi. Ma forse analisi come queste, su territori locali, hanno davvero bisogno di un distacco temporale che consenta di inquadrare le vicende in una prospettiva più serena, lontana dalle polemiche della cronaca quotidiana. Comunque una lettura che vi consiglio assolutamente. Oltretutto, il ricavato dalle vendite del libro sarà interamente devoluto all’Associazione Fulvio Minetti Onlus. Un altro buon motivo per un regalo di Natale che stimola la riflessione.

Palazzo Rosso ” a dieta ferrea” per due anni. E i cittadini?

Comune di AlessandriaMa come fa il Comune di Alessandria a spendere, nel 2012, 5.180.000 euro per consumi elettrici (erano 3.280 mila nel 2011, e si prevede possano essere 3.800.000 mila nel 2013)? E’ questa una delle prime curiosità che saltano agli occhi “spulciando” i documenti pubblicati sul sito dell’ente da venerdì, a seguito dell’avvio del processo per il riequilibrio del “dissestato” bilancio dell’ente.

Un processo, appunto. Nel senso che dopo l’ok della giunta, e l’annuncio da parte del sindaco Rossa di “due anni di ferrea dieta per poi ripartire”, ora saranno prima il consiglio comunale, poi un’apposita commissione ministeriale a dirci cosa ne pensano. In ultimo, a gennaio il bilancio verrà presentato e discusso con i cittadini e le diverse associazioni di categoria di Alessandria.

Sul fatto che si tratti di un percorso irto di ostacoli, e di sacrifici, non ci piove. Sacrifici che riguarderanno in primis noi cittadini (chi ha “la fortuna” di possedere qualche immobile sul territorio, e fa un raffronto, tanto per non andar lontano, con la vicina Novi Ligure sa bene di cosa parliamo. In attesa della nuova tassa rifiuti del 2013), e naturalmente anche i dipendenti della galassia di Palazzo Rosso.
E qui cominciano i punti interrogativi, destinati a dipanarsi via via.

Finora si è parlato di eliminazione di buoni pasto, straordinari, premi di produttività. Insomma, due anni almeno a “stecchetto” per tutti, per evitare licenziamenti.

Ma è sul fronte delle società di servizi, ossia delle partecipate, che potrebbe calare “la scure” in maniera più drastica. In queste ore si inseguono voci assolutamente non confermate (almeno fino a mentre scriviamo) su imminenti messe in liquidazione di società, dismissioni di rami d’azienda e quant’altro. Meglio non fasciarsi la testa, e aspettare che, con trasparenza, l’amministrazione esponga i propri intenti sui diversi fronti, per analizzarli e valutarli.

Certo però il clima in tutto il Paese (leggete i giornali di questi ultimi giorni) è di grande ipocrisia pre elettorale. Ossia è tutto un inseguirsi di “pelosi” slogan sulla ripresa, di promesse di “stabilizzazione” di precari, di rinvio sine die di tagli e accorpamenti.

Mi pare che, in sostanza, il governo Monti abbia completamente fallito sul piano delle riforme strutturali, limitandosi ad aumentare le tasse alle categorie socio professionali più facilmente “raggiungibili”, e a salvaguardare il sistema bancario (internazionale) che lo ha  imposto come premier, con una scelta diciamo di tipo “post democratico”. Naturalmente a fin di bene. Resta da capire il bene di chi. In ogni caso, Alessandria sta (con Palazzo Rosso, Palazzo Ghilini e tutto il resto) dentro questo calderone, e il nostro futuro è strettamente legato a quello del Paese. Facciamoci gli auguri!

E. G. 

Cooperative e Cgil: confronto trasparente o “imboscata”?

Assemblea cooperativeQuando si dice trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Non per fiuto giornalistico, sia chiaro, ma per pura fortuna. Ieri all’ora di pranzo sono riuscito, proveniente da un altro impegno professionale non meno interessante, ad arrivare alla Taglieria del Pelo, dove stava volgendo al termine l’intensa assemblea delle cooperative, di cui trovate dettagliato resoconto su AlNews.

Ebbene, giungo giusto in tempo per assistere ad una “piccata” uscita di scena di Silvana Tiberti, segretaria provinciale della Cgil, che vedo alzarsi dal pubblico, congedarsi con parole severe rivolte al tavolo dei relatori, e poi soffermarsi con altri interlocutori nell’atrio. E sono parole di fuoco. Non avendo seguito che l’epilogo, mi sono limitato ad ascoltare il punto di vista della Tiberti (persona capace e di valore, credo che questo lo riconoscano tutti: e naturalmente anche di temperamento), e poi il confronto informale tra lei irata, e gli organizzatori quasi imbarazzati. Ma cos’era successo? Confesso che, lì per lì, ho pensato (da vera carogna, lo so) ad una sorta di “lesa maestà” nei confronti della Cgil: ossia, si organizza un dibattito pubblico su un’emergenza vera, pulsante, e non si mette  il sindadato al centro della scena. Limitandosi ad invitarlo come comprimario seduto in platea. Dove, peraltro, c’era anche il sindaco di Alessandria, Rita Rossa, a cui si possono muovere tante critiche, ma non sostenere che si sottragga ai confronti pubblici più spinosi. Anzi, semmai qualcuno ritiene che finora il primo cittadino (al femminile? boh, fate voi..) sia stato anche troppo sindacalista e “agit prop”, e troppo poco decisore. Più emergenza che progetto insomma: ma da gennaio si vedrà.

Torniamo alla Cgil. Scavando appena un po’, è emerso che i motivi di ira (“mi avete teso un’imboscata”) di Silvana Tiberti erano e sono assolutamente di sostanza politico-sindacale, e non di vanità.

Ossia nel corso della pubblica assemblea è stata formulata la proposta di “ricomprendere anche i lavoratori delle cooperative nello stesso paniere di quello dei dipendenti pubblici”, con frasi tipo “Se ci saranno risorse vanno divise equamente tra tutti”, ed è qui credo che alla Tiberti è andata la mosca al naso. Per cui, in maniera in effetti un po’ burocratica, si è congedata ribadendo in sostanza che La Cgil rappresenta i lavoratori, mentre le cooperative sono aziende, ossia i datori di lavoro, ossia la controparte”, e se vogliono dialogare lo si farà insomma con la forma della trattativa sindacale più classica.

Ma qual è il punto vero? Il punto vero è che un certo modello organizzativo basato su una visione in cui l’ente pubblico svolge un essenziale ruolo di coordinamento centralizzato dei servizi (in questo caso sociali), e ne appalta poi la gestione a terzi, ossia alle cooperative, alla Cgil fa orrore. Perché, naturalmente, il sindacato vede quale può essere, in un contesto come quello alessandrino, il passo successivo: ossia dismettere una parte piccola o grande dell’attuale apparato parastatale (di Palazzo Rosso in primis: ma in prospettiva magari anche di Palazzo Ghilini), per affidare certe attività “in service”.

Così credo si possa spiegare la reazione di Silvana Tiberti, e il suo riferimento “all’imboscata”. Naturalmente magari mi sbaglio, e ben vengano altre interpretazioni.

Rimane però la sostanza indiscutibile: ad Alessandria ci sono 1.000 lavoratori di cooperative sociali A e B che lavorano senza essere pagati, che con quel salario (quasi sempre modesto) ci vivono. I loro datori di lavoro (le cooperative) hanno le casse vuote e il “niet” a nuovi crediti bancari perché il committente pubblico (ossia il Comune di Alessandria, e quindi il Cissaca, l’Amiu ecc) non paga.
Ma c’è di più, ossia un modello di città, Alessandria, che negli ultimi anni ha investito enormemente sull’impiego pubblico (Comune, Provincia, e loro partecipate varie. Ma anche Asl, ospedale ecc), e ora scopre che quel modello si è “incartato”.

Come se ne esce? Giusto che chi non viene pagato protesti. Legittimo anche che ognuno cerchi di tutelare i propri diritti contrattuali. Ma c’è qualcuno che ha idee e proposte, che non siano solo slogan?

Ho l’impressione che il 2013 imporrà a questo Paese (e a realtà locali come la nostra in particolare) comunque scelte dolorose.

E. G.

Cooperative e Tra: il Comune dov’è?

Cooperative striscioneCosa dovranno fare per farsi ascoltare? Occupare un ponte, bloccare l’autostrada o addirittura interrompere l’erogazione dei loro servizi, in molti casi davvero essenziali per la vita di anziani, bambini, portatori di handicap?

Stamattina le tre rappresentanze delle cooperative alessandrine (Legacoop, Confcooperative e Agci) insieme all’Alleanza delle cooperative italiane, lanciano con una nuova assemblea pubblica (alle 11, alla ex Taglieria del Pelo) l’ennesimo, disperato grido d’allarme. Denunciando il “totale silenzio” delle istituzioni, e del sistema socio economico.

Il Comune di Alessandria (incluse realtà comunque collegate, come Cissaca o Amiu) ha con le cooperative un debito di circa 10 milioni di euro. E, quel che è peggio, non risponde alle sollecitazioni, non offre nessun “piano di rientro”, o nessuna minima garanzia che le cose possano migliorare. Tanto che, dicono le cooperative stesse, “Fate presto, così non si va avanti”. Il che significa che stipendi e contributi a circa 1.000 (mille!) addetti sono più che a rischio, a partire dalla mensilità di novembre, non ancora erogata.

Stiamo parlando di 17 cooperative (ossia aziende) che da tempo (anni, in qualche caso) lavorano per realtà pubbliche che non le pagano. Uno scandalo enorme, se si considera che, nel frattempo, lo Stato sta intimando (adeguandosi giustamente alle normative europee) alle aziende private (quindi anche alle cooperative stesse) di pagare sempre i loro fornitori a 30 giorni, pena multe salatissime. E gli amministratori pubblici, chi li multa, o almeno li caccia se palesemente inadeguati al ruolo? Nessuno, pare.

Le cooperative oggi in assemblea ad Alessandria sono oltretutto in particolare cooperative sociali di tipo B (quelle che danno lavoro a soggetti appartenenti alle fasce più deboli) o di tipo A (comunque quasi sempre lavoratori monoreddito). Non sono quasi mai persone, insomma, che possono permettersi di pagare affitto e bollette, e di sfamare i figli “a prescindere” dallo stipendio.

Tra personaleMa le situazioni drammatiche, guardandoci attorno, pare si stiano moltiplicando: e non possiamo non citare anche i 15 dipendenti del Tra, ieri emblematicamente in piazza, al freddo, davanti al “loro” (e nostro) Teatro chiuso e umiliato da più di due anni. E con dinanzi uno scenario sicuramente non roseo.

Urgono risposte, subito. Ci vuole un progetto che sappia ridare slancio e credibilità a questa città. Ma all’orizzonte c’è solo nebbia, e gelo.

Res: quando un tributo diventa estorsione?

Rifiuti in stradaL’allarme nei giorni scorsi, almeno sul nostro territorio, lo ha lanciato la Lega Nord. Vedremo se, nelle prossime settimane, altri riprenderanno il tema, e in che termini.

Che ogni tanto in Italia un balzello cambi nome non fa notizia. Per cui se dal gennaio 2013 la tassa comunale sui rifiuti si chiamerà Res, e non più Tarsu o Tia, a noi tartassati cittadini poco importa.

Però se davvero il nuovo tributo dovesse comportare, per le piccole e medie imprese e per gli esercizi commerciali, aumenti che  vanno dal 300% al 600%, beh, forse è il caso di aprire il dibattito, e di parlarne.

E’ vero, prima di tutto? Ed è questa la strada per “salvare l’Italia”, e per cercare di rilanciare l’economia, convincendo chi oggi ha significativi risparmi ad investirli in attività produttive?

E’ lecito dubitarne. E’ vero che la tariffa sarà composta, oltre che dalla quota per lo smaltimento dei rifiuti, anche da una quota “servizi” per la sicurezza, l’illuminazione e la gestione delle strade. Ed è anche logico che un pubblico esercizio, soprattutto se ben avviato, debba pagare di più di una casa privata, magari abitata da una sola persona.

Ma qui l’impressione è che davvero si voglia infierire su tutto ciò che ancora “si muove”: che effetto volete mai possa avere un simile salasso, soprattutto su un territorio come il nostro, già martoriato dall’Imu e dalle altre tariffe al “top” per il dissesto. Lo scrivo con amarezza, ma per questa strada da sceriffo di Nottingham siamo destinati a schiantarci contro un muro. Le istituzioni stanno mandando agli italiani il messaggio: “vivete di rendita se potete, oppure arrangiatevi con piccole attività in nero”.