Il ciclone Beppe Grillo

Grillo in piazzaBeppe Grillo il 16 febbraio ad Alessandria, e la settimana prima delle elezioni in tv, magari da Santoro. Sono queste le voci che girano, e potrebbero essere gli eventi (rispettivamente locale e televisivo) dell’anno.

Perché potete metterla come volete, e credere ai sondaggi che lo danno al 12 o 13%, ma il leader del Movimento Cinque Stelle è, in questa campagna elettorale, l’unico leader in grado di riempire le piazze in questo modo.

Provate a immaginare Monti, Berlusconi o Bersani, in un simile contesto: ci sarebbero più celerini che popolo temo, come testimoniano le scelte di comodi teatri riempiti solo da addetti ai lavori.

Non che, naturalmente, questo significhi ipso facto che Grillo ha sempre ragione: a volte spara bordate qualunquiste intenzionalmente, e altre volte forse gli “scappano” bel il gusto dell’iperbole, da grande uomo di spettacolo.

Però io i sondaggi, lo sapete, li faccio parlando con la gente: e in contesti anche molto diversi fra loro, persone di estrazione assai eterogenea mi dicono con tono liberatorio: “Ah, io voto Grillo!”.
Ci manca solo che mimino il gesto del calcio nel sedere, o della tirata d’orecchi: ma quello è il senso.

Non sono pochi poi gli elettori che dichiarano il proprio intento “astensionista”, ma io non ci credo. Non credo, voglio dire, ad un astensionismo di massa modello regionali siciliane: secondo me il 75% degli aventi diritto si recherà comunque alle urne, anche se rispetto ai sondaggi che circolano in questi giorni qualche sorpresina me la aspetto.

Il partito di GrilloProprio oggi intanto esce, edita da Il Mulino, una ricerca (se non la prima, fra le prime) intitolata Il partito di Grillo,  che prova ad andare a tracciare il Dna dei militanti ed elettori del Movimento 5 Stelle. Scoprendo l’acqua calda, dirà qualcuno, ma è normale che questo tipo di saggi serva a fotografare e sintetizzare ciò che noi già intuiamo nella realtà.

E qui, nello specifico, sembra emergere che i 5 Stelle affondano le loro radici, “nell’humus dei movimenti e dei partiti della sinistra libertaria e radicale, da cui sono nati ad esempio i partiti dei Verdi in Germania e in altri Paesi europei”.
Del resto, forse alcuni di voi ancora ricordano una “basìta” Mercedes Bresso che, meno di 3 anni fa, imputava la “colpa” della propria sconfitta (con conseguente affermazione di Cota) proprio al “tradimento” dei 5 Stelle, come se si rivolgesse in qualche modo a qualcuno dell’album di famiglia. All’epoca furono suoi stessi compagni di partito a spiegare alla Bresso che i voti non sono mai di nessuno: ma attenti, perché il Pd con Ingroia rischia di nuovo di cadere in tentazione, e di parlare appunto di traditori al servizio delle destre, ecc ecc….

Sempre lo studio edito da Il Mulino, sottolinea poi che, dalle amministrative dello scorso anno, la base elettorale di Grillo va ad ampiarsi, e “sfonda a destra”, tra gli elettori di Berlusconi e Bossi. E anche qui, empiricamente, posso confermare che diversi miei conoscenti di quell’area, in effetti, voteranno 5 Stelle.

Per quanto queste statistiche vadano prese “con le pinze”, scrivono gli autori Corbetta e Gualmini: “Nel post-elezioni 2012, su 100 elettori intenzionati a votare per il M5s, il 34,5% viene da Pd e Idv, cui si aggiunge l’11,8% dalla Sinistra arcobaleno, per un totale del centrosinistra pari al 46,3. Il 33,8% viene da Pdl-Lega-Mpa e il 5,1% dall’Udc, per un totale del blocco di centrodestra pari quasi al 39%”.

Insomma, Grillo prenderà voti ovunque, credetemi. E più di quelli che i sondaggi (fatti per orientare gli indecisi, non per fotografare la realtà: dimmi chi ti paga, e ti dico che numeri fornirai) gli attribuiscono. Ci vediamo in piazza (non so dirvi quale, al momento) il 16 febbraio: il fenomeno va osservato in diretta!

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Rita e il dilemma della coperta corta

Rossa Rita 1Si sentono stridere lame affilate dalle parti di Palazzo Rosso, a ben sapere ascoltare. La “sparata” di ieri dei sindacati confederali non può certo essere una sortita casuale, ma semmai il tentativo di giocare d’anticipo, a livello mediatico, rispetto a decisioni che sono nell’aria. Dobbiamo dunque attenderci, nei prossimi giorni, novità importanti? Certamente ci sono tanti segnali che fanno pensare ad un gran lavorìo sotto traccia: in che direzione, lo scopriremo presto.

Proviamo allora a ricapitolare: nei giorni scorsi il ragioniere capo del Comune, Antonello Zaccone, ha fatto un passo indietro, e i bene informati dicono che si appresti sì a succedere a se stesso, ma avendo così chiarito che lui lì ci sta per senso del dovere, e solo se insistono.

Lo stesso messaggio, su tutt’altro fronte, arriva da Laura Mussano, direttore del Cissaca, che risponde amareggiata agli attacchi personali (anche se non la si cita con nome e cognome) rivoltigli ieri dalla Triplice.

Diversi assessori poi, alla proposta di un approfondimento sulle tematiche di loro competenza, in questi giorni si negano cordialmente, prendono tempo, o comunque precisano: “il momento è delicato, non mi sottraggo per spirito di servizio, ma solo finché non mi costringono a condividere scelte in cui non mi riconosco”.

Insomma, siamo al dunque. Imu o non Imu, il “carrozzone” di Palazzo Rosso, con tutti i suoi annessi e connessi, non sta più in piedi, e la riorganizzazione è alle porte. Ma riorganizzazione di che tipo? E sulla pelle di chi?

Cgil Cisl e Uil danno addirittura un ultimatum a Rita Rossa: “entro l’8 febbraio vogliamo vedere i piani industriali delle partecipate”. E, bontà loro, stavolta tra le categorie di lavoratori da proteggere ci infilano pure quelli delle cooperative, invero sin qui considerati un po’ “figli di un Dio minore”.

Intanto nelle società partecipate (Atm, Amiu, Aspal, Costruire Insieme, la “moritura”, anzi da ieri forse proprio morta, Fondazione Tra, il già citato Cissaca: aggiungere voi a piacimento quel che manca) il caos e l’incertezza regnano sovrani. E in questi casi non è che la produttività possa andare al di là della buona volontà individuale, parliamoci chiaro.

Ecco, se una critica sembra rimbalzare su più fronti, in camera caritatis, nei confronti del sindaco e della giunta è proprio questa: “da quando si sono insediati, si sono occupati solo dell’emergenza finanziaria, e a Palazzo e dintorni in tanti hanno incrociato le braccia, in attesa di direttive che non sono mai arrivate, né dall’amministrazione, né tanto meno dai dirigenti”.

E’ vero? E’ falso? Il sindaco sta per fare scelte dolorose, che porteranno alla fine della sua luna di miele con le rappresentanze sindacali classiche? Perché c’è anche chi, come l’Usb, è sulle barricate dall’inizio, non scordiamocelo….

In queste ore sono in tanti a porsi questi interrogativi, e ognuno ha una sua mezza verità, o qualche indiscrezione, con ipotesi a volte interessanti, a volte improbabili. Di certo lo status quo non potrà reggere a lungo. L’impressione è che siamo alle porte (ma dopo le elezioni, of course) di scelte dolorose non solo a Palazzo Rosso, ma anche in tante altre realtà pubbliche, locali e non. Grecia docet (anche se nessuno ne parla mai, avete notato? La Grecia non esiste: ma rischia di fare scuola!)

Imprese in caduta libera: cosa può fare questa politica?

Chiuso per fallimentoE’ un grido di dolore, una richiesta d’aiuto, un urlo di rabbia o che altro? Certamente nella mobilitazione nazionale di Rete Impresa Italia (rappresentata ad Alessandria ieri mattina dall’incontro in Camera di Commercio, “La politica non metta in liquidazione le imprese”), c’è la sintesi del momento difficilissimo che il Paese sta attraversando.

Alle porte abbiamo elezioni politiche che in tanti, fra gli cittadini-lavoratori, temono non essere risolutive, non foss’altro perché sulla scena si muovono più o meno sempre gli stessi personaggi che questo stato di cose hanno contribuito a generare. E la raffica di scandali, con ingiurie e minacce reciproche (“tu sei peggio di me, e se non la smetti tiro fuori le carte”) certo non aiuta ad essere ottimisti.

Il tessuto delle piccole e medie imprese è esangue, lo sa bene chiunque ci lavori all’interno, o semplicemente provi a confrontarsi con gli addetti ai lavori, imprenditori e lavoratori.

“In tutta la provincia ci sono in costruzione al massimo un paio di nuovi capannoni, l’edilizia è completamente al palo”, mi diceva l’altro giorno un serio, e scoraggiato, operatore del settore. E in tanti altri comparti i segnali sono dello stesso tenore.

Ma i politici, soprattutto quelli locali, possono fare qualcosa, oltre a presenze di testimonianza? La mia sensazione è che non sia così: perché oggi la politica viene davvero sopravvalutata, e le decisioni che contano stanno comunque in poche, pochissime mani. A voler essere cattivi a tutti i costi, si potrebbe dire che il politico di piccolo-medio cabotaggio vive già da un po’ di millantato credito: sa di non contare nulla, ma per tanti intuibili motivi gli spiace confessarlo. E i più seri cercano almeno di svolgere una funzione di ascolto, e di amplificazione del disagio.

Come si possa uscire da questa situazione di crisi strutturale è davvero difficile dirlo. Ci sono i teorici del crollo, secondo i quali solo arrivando sul fondo (con un evento traumatico che, più che guerra, potrebbe oggi chiamarsi crack finanziario del sistema), poi si potrà ripartire da zero. Ma è uno scenario da incubo, che “taglierebbe le gambe” a più di una generazione, e produrrebbe uno scenario di indigenza di massa.

Molto più sensato, dunque, lavorare ad uno scenario di riforme strutturali e infrastrutturali vere. Quelle che sono mancate negli ultimi vent’anni in questo Paese, e alle quali oggi qualcuno vorrebbe ovviare facendo pagare un conto salatissimo alle classi più deboli, e al mondo delle piccole e medie imprese.

E’ qui che servirebbe, appunto, la Politica. Ma quella con la P maiuscola, di cui in Italia (se mai l’abbiamo conosciuta) si sono perse le tracce da diversi decenni. Giusto dunque insorgere, con un cahier de doléances e un elenco di richieste esigenti e puntuali. Ma è sufficiente, quando ci si rende conto che dall’altra parte c’è un muro di conservazione, vecchie “malabitudini”, incompetenza? Ho l’impressione, parlando con imprenditori anche solidi (ce ne sono ancora per fortuna, magari spaventati dal contesto e dubbiosi sul da farsi, ma ci sono) che la fiducia nei confronti di questa politica sia ai minimi (ma va?), ma che al contempo non ci sia ancora, ad Alessandria come a Roma, la capacità di elaborare proposte e vie d’uscita alernative. Insomma, siamo ormai nella fase della manifestazione plateale di un disagio diffuso. Ma manca la scintilla, il progetto condiviso in cui le forze migliori di questo Paese possano idenficarsi, tornando a crederci, e ad investire. Brutta situazione di stallo!

Sanità: quali le proposte dei candidati premier?

Medico genericoL’89% degli italiani chiede ai candidati al prossimo Parlamento di dichiarare anticipatamente che intenzioni hanno rispetto al Sistema Sanitario Nazionale. Gli elettori nella loro gran parte lo vogliono pubblico, gratuito e di nuovo statale e non come ora, gestito su base regionale. Non solo: il 65% dei medici di famiglia teme che l’attuale sistema sia insostenibile sul piano finanziario.

Leggete qui, è una miniera di dati interessanti.

So che sanità ci siamo occupati di recente, ma il tema è così rilevante, che tornarci sopra non guasta. Chi, fra i candidati premier, ha intenzione se eletto di rimettere mano al sistema sanitario, e in quale direzione? Negli Stati Uniti, ma anche in Francia o in Germania, questo sarebbe uno dei temi sui quali gli elettori cercherebbero di formarsi un’opinione elettorale chiara, per decidere se votare, e per chi.

Qui da noi, tra classe dirigente cialtrona e popolo bue è una bella gara per “mandare in vacca” anche le prossime elezioni. Quindi via a temi di fortissima rilevanza e futuro: Mussolini e le leggi razziali, oppure “se ci attaccano gli sbraniamo”, che fa tanto pensare a dossier e contro-dossier, e ad un Paese che vive di ricatti incrociati anzichè di progetti.

In un simile contesto, in cui si dà per scontato che tutti siano corrotti, quindi è come se nessuno lo fosse,  in troppi concepiscono la politica come la prosecuzione del tifo calcistico con altri mezzi, e quindi ognuno fa i cori o la “ola” (e insulta gli avversari sui “murales” dei social network), ma quasi nessuno appunto rivolge ai politici domande vere sul futuro del Paese, anzichè sul suo passato, glorioso solo nel ricordo.

E la Sanità è un bel paradigma, se ci pensate. Non il solo naturalmente: ma insomma smontare il welfare, ossia riportare gli italiani ad essere un popolo di “non garantiti” nei propri diritti essenziali, passa di lì e dall’istruzione, giacché del sistema previdenziale la fine è già pressoché decretata, e tutti coloro che hanno oggi dai quarant’anni in giù riceveranno dai settanta in poi oboli da sopravvivenza (e, attenzione, senza conservare il lavoro fino a quell’età, nella gran parte dei casi).

Quindi, secondo voi, come deve essere la sanità dei prossimi anni? E avete capito che intenzioni abbia da un lato il patetico nonnetto Benito Berlusconi, dall’altro il tandem Bersani-Monti, a cui prima di ri-governare insieme ora tocca pure far finta di litigare un po’, per ravvivare l’entusiasmo del parco buoi fino al 24 febbraio?

Io, francamente, qualche sospetto inquietante ce l’ho. E continuo a considerare la sanità (pubblica, gratuita e di qualità) come una delle principali “cartine di tornasole” del livello di civiltà di un Paese.

Sono altresì convinto però, al contrario di diversi amici miei e lettori di questo blog, che per la nostra provincia 6 o 7 ospedali (veri: non lungo degenze o primo soccorso e quant’altro) siano fantascienza, quanto a risorse da investire. E già oggi l’unico ospedale davvero affidabile su tutte le patologie, dal punto di vista delle risorse e delle competenze, è l’Azienda Ospedaliera di Alessandria. Gli altri sono presidi: vanno benissimo per curare malanni lievi, ma spesso la gente del posto invece li intende in maniera diversa, con tutti i rischi del caso. E la demagogia di accompagnamento (un po’ “peloso”) della politica.

Qualche giorno fa, peraltro su segnalazione privata di uno di voi, ho letto e riletto sul quotidano La Stampa le parole piene di dignità nel dolore, ma anche di capacità di analisi, della mamma di una giovane donna deceduta durante il parto in una struttura ospedaliera (semplice presidio, appunto) del nostro territorio. Senza entrare negli aspetti giudiziari della vicenda, che dovranno essere chiariti dalle autorità competenti, non si può non concordare con chi sottolinea, con grande lucidità, la necessità che “il diritto alla salute di ognuno sia effettivamente rispettato. Il che può aversi solo se una struttura ospedaliera, degna di essere chiamata tale, sia rispettosa degli standard normali e utilizzi personale preparato; in caso contrario, non si garantirebbe il diritto alla salute, ma il diritto all’eutanasia”.

L’Italia dal tramonto all’alba. Ma quando?

TramontoAvremo uno dei Parlamenti più giovani e rinnovati d’Europa, ci spiega La Stampa di sabato. E, sia detto en passant, “la busarda” come la chiamano a Torino ce la sta mettendo proprio tutta per convincerci che quello che avanza attorno a Monti è davvero il nuovo, e non la peggio “ribollita”.

Prendiamo atto allora del fatto che molti parlamentari saranno di prima nomina, e anagraficamene giovani. E ha comunque ragione da vendere il mitico prof. “operaista” Mario Tronti quando ricorda che “I padri non bisogna ucciderli, bisogna portarli sulle spalle come Enea col padre Anchise”. Anche se assai meno condivisibile è il suo rientro in Parlamento dopo più di vent’anni, e a più di ottanta: deve esistere un equilibrio nei percorsi e nelle “stagioni”, e in Italia lo abbiamo ampiamente alterato.

E comunque un sistema elettorale in cui è già possibile determinare in anticipo, con buona approssimazione, chi andrà in Parlamento, è una quasi democrazia incompiuta, in cui il popolo conta poco, e sempre meno.

Inoltre, come ricorda il quotidiano torinese, i principali alfieri del cambiamento saranno il Movimento 5 Stelle (opposizione certa, o elezioni annullate se arrivasse al 51%) e Sel (opposizione post elezioni probabile, considerato che a governare sarà un asse molto simile a quello che ha sostenuto Monti negli ultimi 14 mesi).

Ma il punto vero, signori miei, non è mica anagrafico: l’altra sera, a Otto e mezzo, c’erano ospiti tre potenziali giovani parlamentari, tra cui uno alessandrino, Riccardo Molinari della Lega Nord. Ebbene, non lo dico perchè è di queste parti, e pure mio amico, ma nonostante la “palla al piede” di un Trota che gli veniva evocato a ogni piè sospinto per metterlo in difficoltà, Molinari dei tre under 30 mi è sembrato l’unico che, pur navigato e non di “primo pelo” politico, fosse in grado di analizzare la realtà senza l’imbarazzante retorica da Bignami che permeava gli altri due ospiti: il giovane bocconiano montiano, e la fanciulla del Pd, non ricordo di dove, comunque perdibilissima.

E le quote rose imposte “per legge” dal centro sinistra? E’ una roba che fa ridere i polli questa, e che non si può “spacciare come una conquista democratica. Conquista democratica sono donne che fanno politica, fino ai massimi vertici, perché ne hanno voglia e capacità, e vengono scelte in un libero confronto elettorale, non a prescindere, perché son donne….eddai!

Eppure, con grande pragmatismo, quando incontro qualche ragazza sveglia e capace (e ne conosco tantissime, più dei loro coetanei maschi) io consiglio, da anni: “fai politica!! Il punto è che sapete cosa mi rispondono di solito? “Ma non ci penso neanche: perché mi vuoi male?” Il che dovrebbe farci molto riflettere, no?

Comunque, il punto vero è che a Roma a fine febbraio ci ritroveremo i figli e figliocci di Monti, Berlusconi e D’Alema (che magari farà pure il ministro, come Veltroni), che ripeteranno “a macchinetta” la lezione dei loro burattinai, e pure in buona fede (che è quasi peggio: i cretini sono più pericolosi dei disonesti intelligenti). Sai che passo in avanti!

In queste settimane mi sto dedicando con metodo all’unica forma di sondaggio a cui credo, che è il dialogo con le persone: amici o semplici incontri occasionali, imprenditori e operai, dipendenti pubblici e pensionati. Ma anche ragazzi al primo o secondo voto. Mai ho riscontrato una sfiducia così diffusa e trasversale: neanche ai tempi di Tangentopoli, che vissi da ventenne incazzato. Anzi, allora c’erano rabbia e indignazione (“pelosissima” naturalmente, perché si usciva pure là da una situazione di complicità diffusa, in cui tutti sapevano tutto da anni, e cercavano di partecipare al banchetto, foss’anche accontentandosi di qualche briciola), ma anche la convinzione di poter voltare pagina.

Oggi c’è uno scollamento totale tra il Paese reale, e quello che i personaggi del teatrino politico ci raccontano, senza crederci minimamente. Il che disegna uno scenario davvero “tristanzuolo”, in cui le tante energie e forze sane sono come “imbrigliate”: sospese tra l’opzione della fuga (che diventa reale, in migliaia di casi eccellenti) e la rassegnazione. Brutta storia: e la sensazione che l’Italia del 2013 sia non all’alba di una nuova era, ma ancora “impelagata” in un tramonto infinito, i cui osceni protagonisti lì stanno, inamovibili come statue di cera. Eppure prima o poi, cari miei….

La Dc è morta: e i democristiani?

Dc logoSe i gatti hanno sette vite, i democristiani ne hanno almeno il doppio. Politicamente, s’intende. Per cui da giorni rifletto, perplesso, sull’analisi di osservatori comunque attenti, secondo i quali il vero dato politico di queste elezioni, almeno dalle nostre parti, è che la Dc è stata definitivamente rottamata. E’ davvero così? Mah…certamente c’è da prendere atto che alcuni personaggi riconducibili a quell’area (Paolo Filippi, Piercarlo Fabbio, Ugo Cavallera: aggiungetene altri a vostro piacimento) escono da questa strana campagna pre-elettorale ridimensionati nelle aspirazioni personali. Nel senso che i loro partiti di riferimento hanno scelto di non candidarli, sia pur attraverso percorsi tra loro molto diversi.

La decisione comunque non è toccata agli elettori, badate bene, giacchè in questa fast post democratica del nostro Paese i cittadini sono davvero poca cosa. Parco buoi, figuranti chiamati a ratificare decisioni prese altrove, nelle segreterie di partiti sempre meno rappresentativi, e sempre più alle prese con una visione artificiale della realtà. Naturalmente non si può fare di ogni erba un fascio: c’è chi ha scelto di fare le primarie e chi ha lasciato ancora una volta ogni decisione ad un uomo solo al comando. E il percorso di ognuno dei personaggi che ho citato, ma anche di altri di estrazione ex Dc (Brusasco, Cattaneo, ecc) è diverso e non riducibile ad un unico format. Poi, si potrebbe obiettare, c’è Renato Balduzzi, ex democristiano che invece è sugli scudi, da ministro tecnico a candidato montiano di garantita elezione. Ma c’è chi ricorda che il professore alessandrino è sempre stato “marginale” rispetto al circuito Dc del territorio, e che anzi la sua ascesa avviene proprio in concomitanza con il declino di una serie di figure che lo hanno “snobbato” a lungo. Non sono così addentro alle vicende democristiane da capire se è vero o meno.

Quel che è certo, però, è che non si deve confondere l’ipotetico declino della “scuola” Dc con la scomparsa dei cattolici in politica. Che ci sono, e continueranno a pesare, anche se magari in ordine sparso: per rendersene conto basta verificare quali sono i privilegi fiscali che anche Monti, sulla scia del Berlusca, continua a garantire al Vaticano, o la cautela con cui Bersani e soci affrontano i temi legati ai diritti civili delle coppie omosessuali, o comunque “non tradizionali”. Un passo avanti, e uno e mezzo indietro. Ma poi, siamo certi che gli ex democristiani alessandrini “al palo” in questa campagna elettorale siano davvero al capolinea? A me sembra che, nella confusione regnante di questi mesi, restare alla finestra sia quasi un atto di saggezza. Anche se, naturalmente, c’è chi ha scelto autonomamente di fare un passo indietro, e chi semplicemente, caduto da cavallo, è pronto a stragiurare “beh, comunque volevo scendere”.

Cari sindaci, la vostra è fantasanità!

Corsia ospedaleIn fin dei conti, chi ha saputo fare più rumore, ossia Novi Ligure, ha limitato i danni rispetto al resto della provincia, ottenendo di mantenere qualche reparto in più rispetto a Tortona o Ovada.
Ma lo snodo, in questa “razionalizzazione” della sanità sul nostro territorio, sta nel fatto che la politica continua ad essere ondivaga: avalla tagli a livello nazionale e regionale, e poi si “straccia” le vesti di fronte agli elettori su scala locale. Ma così non funziona, non se ne esce. Chi scrive è stracovinto che la sanità pubblica debba restare gratuita (tranne magari per i ricchi veri: ma quelli per il fisco spesso neanche esistiono, come noto), e che vada migliorata costantemente in qualità. Diffidate di chi sostiene in contrario, tipo “gli italiani hanno un welfare insostenibile”. Che taglino le spese agli armamenti semmai, o pensino a ridimensionare le grandi opere che costano tre volte il loro valore di mercato.

Ma pensare questo non significa ritenere che un modello di ospedale ogni 20 o 30 chilometri sia sostenibile. Da un po’ di tempo sto cercando di raccontare alcune eccellenze della sanità alessandrina, intesa come azienda ospedaliera. E scopro via via professionalità e competenze di valore assoluto. Ma anche limiti oggettivi in termini di risorse per il personale, per le tecnologie, per reparti che potrebbero essere assai migliori, più moderni in termini di location, o di migliorìe solo all’apparenza banali come aria condizionata, servizi igienici, e via dicendo. Chi, ahimé, ha la disdetta di aver frequentato in maniera non puramente occasione un ospedale sa bene quanto anche certi dettagli possano fare la differenza.

Ebbene: i sindaci la smettano di fare gli ipocriti, perché la provincia di Alessandria non può permettersi 6 o 7 ospedali moderni, è evidente. Non almeno se si esige che in un ospedale esistano competenze e strumentazioni di primo livello, in grado di garantire il meglio a tutti i pazienti, a prescindere dal loro reddito.

Naturalmente nessuno è mai disposto a rinunciare ad alcunché, ed esistono senz’altro, in un Paese di anziani come il nostro, anche esigenze di persone di età avanzata (sempre più numerose), che spesso non sono in grado di trasferirsi a curarsi in una città diversa da quella di residenza. E per loro dovrebbero esistere forme di assistenza domiciliare, e di trasporto gratuito casa-ospedale in caso di necessità di “pendolarismo sanitario”. Però sostenere che ogni cittadina di provincia debba avere a disposizione veri ospedali, con tutto quel che ciò significa in termini di risorse e competenze, vuol dire davvero sognare ad occhi aperti. So che molti di voi non saranno d’accordo: via al dibattito!