Che errore la strategia dell’attesa!

Comune di Alessandria“Attenzione, battaglione: occupazione, occupazione!”
Davvero alla fine ha ragione chi fa più casino, e va in piazza? Davvero negarsi al confronto (come dicono stia succedendo in comune ad Alessandria: “silenzio assordante dell’amministrazione”) è la strada per arrivare ad una soluzione, o imporre una strategia?

Penso ad Aspal, ma anche ad altre partecipate come Atm o Amiu, che sembrano “galleggiare” nell’indeterminatezza, e i cui vertici allargano le braccia, come a dire: “ci faranno sapere qualcosa…forse!”.

Ma penso, ancor più, alle cooperative sociali alessandrine, che lanciano periodicamente il loro grido di dolore: il loro credito nei confronti dei “clienti” pubblici (comune di Alessandria, partecipate, Asl) aumenta di un milione di euro al mese, e soluzioni alle porte non sembrano essercene.

A me sembra davvero che Stato, Regioni, Enti locali abbiano perso la bussola. E quando regna il caos, attenzione, prima o poi il popolo esplode, magari dopo anni di sopportazione, e di colpevole menefreghismo.

Come è possibile che la filiera pubblica abbia smesso di adempiere progressivamente ai propri obblighi, ossia di pagare i propri fornitori, privati o pubblici anch’essi che siano? “Tu mi devi erogare le tue prestazioni lo stesso, io ti pago quando posso, se posso. Anzi, magari neanche ti incontro per spiegartelo: arrangiati”. La reazione normale, di un fornitore serio, dovrebbe essere: “e io ti stacco la spina non da domani, da oggi: arrangiati tu”. E cooperative, o partecipate, avrebbero tutte le ragioni del mondo.

Senonché, c’è la questione occupazione da un lato, e quella dei servizi essenziali dall’altro.

Le cooperative (vero “vaso di coccio”, tra i soggetti che abbiamo citato) sono un bel paradigma: da un lato, chi ci lavora non è quasi mai un nababbo, ma un onesto lavoratore che vive del suo stipendio, in genere tutt’altro che faraonico. Quindi ne ha bisogno: non è che siano tante le persone che, in quel comparto (ma anche tra gli impiegati pubblici, naturalmente), possono dire: “beh, per lavorare a queste condizioni sapete che faccio? Mi prendo un bell’anno sabbatico, me ne vado in riviera e faccio un blog, e nel 2014 ne riparliamo”.

Seconda questione: l’essenzialità di certi servizi. Quelli sociali, ad esempio, sono obbligatori. Ossia i comuni devono erogarli per forza, salvo spesso non pagarli, se non “a babbo morto”. Ma cosa succederebbe se chi con professionalità e impegno gestisce case di riposo, comunità per minori, e strutture per persone in difficoltà psico fisica decidesse di “incrociare le braccia”? Sarebbe, semplicemente, il caos.

Soluzioni? Non spetta a noi indicarle. Però certamente, almeno, chi rappresenta enti e realtà inadempienti ci sia sempre, e non rifugga il confronto. Possibilmente mettendo sul tavolo concretezza e proposte. O le proprie dimissioni, se proprio non sa che pesci pigliare, o non osa percorrere strade impopolari, anche se forse senza alternative. Ancora ieri un serio imprenditore mi diceva: “l’assenza pluriennale di una politica economica sta uccidendo questo Paese, per le imprese è questione di settimane, non di mesi”. Certi enti e partecipate, e il mondo cooperativo, purtroppo non stanno messi meglio. Non c’è più neanche un giorno da perdere.

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